Musica per le mie orecchie

La realtà è lì e tutti la possono vedere: la crescita economica è diminuita in media con l’estensione del regime neoliberista; dove la cosiddetta “liberalizzazione” è stata più acuta, questa caduta è stata maggiore. Una politica di sviluppo progressista dovrebbe respingere questo approccio e riconoscere il diritto dei paesi in via di sviluppo a scegliere autonomamente il loro percorso di sviluppo, tenendo in debito conto le abitudini, le tradizioni, gli standard e le priorità di ciascun paese. Ciò, come dimostra la storia, comporterà probabilmente l’uso di pratiche commerciali “illiberali” come sussidi all’esportazione, controlli sulle importazioni, restrizioni sui flussi di capitale, credito diretto, ecc.

A tale riguardo, una politica commerciale progressiva vieterebbe anche le clausole ISDS inserite nella più recente ondata di accordi commerciali. … questi creano meccanismi attraverso i quali le multinazionali possono intraprendere azioni legali contro i governi se credono che un particolare atto legislativo o regolamentare minacci le loro opportunità di profitto. Ciò mina la capacità degli Stati di regolamentare nell’interesse pubblico in una serie di settori, tra cui la regolamentazione del mercato del lavoro (protezione del lavoro, salari minimi, ecc.), Il costo delle forniture mediche, la supervisione del mercato finanziario, la protezione ambientale e le norme relative alla qualità del cibo. L’ipotesi sottostante è che gli interessi del capitale internazionale dovrebbero avere la precedenza su qualsiasi altra considerazione. Un’agenda progressista metterebbe al bando questi accordi e costringerebbe le multinazionali ad agire entro i limiti legali delle nazioni all’interno delle quali cercano di operare o vendere. Più in generale, l’attuale quadro di libero scambio – che presta poca o nessuna attenzione al lavoro o alle norme ambientali e alimenta un modello di “corsa verso il basso”, dove i lavoratori delle nazioni povere sono pagati con salari a livello di povertà e lavorano in condizioni spaventose e pericolose, mentre le regioni delle nazioni sviluppate sono svuotate da una disoccupazione radicata e dall’aumento della povertà e dell’alienazione sociale – deve essere respinto a favore di un quadro commerciale equo. L’OMC ha costantemente evitato l’inclusione di rigidi standard di lavoro nei suoi accordi, in quanto sostiene l’opinione che i paesi a basso costo del lavoro attraggono capitali a causa del loro vantaggio comparativo, che porta al loro sviluppo. Le prove non supportano questa convinzione. Le aziende resistono fermamente all’introduzione degli standard globali del lavoro perché sanno che ciò minerebbe l’arbitraggio globale del lavoro che è alla base della loro strategia di acquisizione del profitto. In un quadro commerciale equo, tutti i paesi dovrebbero rispettare i seguenti principi:

  • Buone condizioni di lavoro – salari, sicurezza, ore.
  • Diritto di associazione e sciopero – formazione di sindacati, ecc.
  • Protezione dei consumatori: sicurezza, standard etici, qualità del prodotto o servizio, ecc.
  • Standard ambientali.

(…)

… l’OMC dovrebbe essere sostituita da un organismo multilaterale onnicomprensivo incaricato di stabilire norme pertinenti in materia di lavoro e ambiente al fine di regolare il commercio. (…) … il principio generale è chiaro: il commercio non dovrebbe essere permesso se viola i principi sopra elencati. Secondo i principi del commercio equo, una nazione che consente alle imprese capitaliste di negare i diritti di base dei lavoratori diventa una condizione sufficiente per bloccare il commercio con quella nazione.

Tratto da William Mitchell e Thomas Fazi, Reclaiming the State.

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Il mercato ha fallito. Abbiamo bisogno dello Stato

La strage di Genova ha dimostrato, per chi ha l’abitudine ad andare alle cause delle cose, che il sistema del mercato neoliberista ha ambiamente fallito (almeno dal punto di vista dell’80-90% dei popoli dell’Occidente, perché dal punto di vista del restante 10-20%, ma soprattutto dell’1% che concentra sempre più ricchezze, il mercato neoliberista funziona alla grande). Dobbiamo abbandonare idee, concetti, categorie che ci fanno male e che faranno ancor più male ai nostri figli. Il post che segue parla di questo, e lo fa presentando un documento che verosimilmente entrerà a far parte (speriamo) del prossimo Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile Globale delle Nazioni Unite.

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BIOS è una unità di ricerca multidisciplinare indipendente finlandese «che studia gli effetti delle questioni ambientali e legate alle risorse sulla società finlandese … e sviluppa le abilità dei cittadini e dei politici atte ad anticipare l’impatto di tali questioni.»

L’unità di ricerca è stata invitata a produrre  un documento scientifico di base sulla trasformazione dell’economia, a supporto del lavoro di stesura del Rapporto del 2019 sullo Sviluppo Sostenibile Globale redatto dalle Nazioni Unite.

Il documento è una condanna pacata, ma senza appello, del modello di sviluppo capitalistico attuale, di uno sviluppo basato sui meccanismi “anonimi” (si fa per dire) del mercato, e della teoria economica neoclassica che gli dà legittimità “scientifica” (si fa per dire). Queste ultime sono intimamente in contraddizione con le sfide ambientali epocali che l’umanità si trova attualmente ad affrontare:

Le teorie economiche dominanti … si basano sul presupposto di una continua crescita energetica e materiale. Le teorie e i modelli prevedono solo cambiamenti incrementali nell’ordine economico esistente. Quindi, sono inadeguati per spiegare l’attuale turbolenza.

Insieme a questa ineliminabile inadeguatezza di fondo, le teorie economiche neoclassiche legittimano una serie di politiche economiche che piuttosto che rappresentare soluzioni generano problemi.

Oltre ai rapidi cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità e ad altri rischi ambientali, le società stanno assistendo a disuguaglianze crescenti, aumento della disoccupazione, crescita economica lenta, aumento dei livelli di debito e governi senza strumenti utilizzabili per la gestione delle loro economie.

Alla luce di questa micidiale miscela che sta risucchiando le società dei paesi occidentali soprattutto (e di quella parte del mondo che a lei è sottomessa) in un classico circolo vizioso che si sta velocemente trasformando in un vortice, le economie dei paesi di tutto il mondo hanno bisogno di

trasformare i modi in cui energia, trasporti, cibo e alloggio vengono prodotti e consumati. Il risultato dovrebbe essere una produzione e un consumo che offrono opportunità decenti per una buona vita riducendo drasticamente il carico sugli ecosistemi naturali.

Tutto questo il capitalismo basato sul “libero” (si fa per dire) mercato e sulla “libera” (si fa per dire) concorrenza non può farlo. Voler uscire fuori dai guai epocali in cui l’umanità si trova attualmente, con le stesse istituzioni capitalistiche e le stesse categorie economiche a loro coerenti che tali guai hanno creato, sarebbe come voler tagliare a fette con un martello un filoncino di pane. Per realizzare queste trasformazioni radicali

è necessarioun forte governo politico. L’azione basata sul mercato non è sufficiente … . Ci deve essere una visione globale e piani strettamente coordinati. Altrimenti, una trasformazione rapida a livello di sistema verso obiettivi di sostenibilità globale è inconcepibile.

E non basterà uno stato che interviene «in maniera reattiva ad aggiustare i fallimenti del mercato», ma sarà necessario uno stato che progetti e si metta alla guida di «una  innovazione proattiva orientata al perseguimento degli obiettivi»

L’idea di uno stato che si mette alla guida di un percorso di innovazione istituzionale dell’economia deve affrontare soprattutto due obiezioni, due idee profondamente radicate nelle menti degli economisti, politici, e opinione pubblica occidentali. La prima è quella secondo cui

solo sotto un regime di “intervento” limitato da parte del governo , il mercato può mantenere la sua efficienza. Quindi, se lo stato dà la priorità a una tecnologia rispetto all’altra, molto probabilmente darà la priorità a quella sbagliata. Se lo stato impiega le persone a costruire nuove infrastrutture, toglierà spazio all’impresa privata.

La seconda idea noi Italiani la conosciamo molto bene. Infatti, è quella secondo cui il bilancio di uno stato deve essere in equilibrio: tanto esce in spese, tanto deve rientrare in tasse; se poi il debito pubblico supera una certa soglia, è necessario rientrare attraverso lo strumento dell’avanzo di bilancio: quanto entra in tasse deve superare quanto esce in spese.

Entrambi gli argomenti contro la guida dello stato forte presentati sopra dipendono da un particolare tipo di teoria economica, vale a dire la scuola neoclassica.

E si è visto quanto tale teoria sia inadeguata e incapace a offrire una soluzione ai problemi dell’umanità e delle società occidentali in particolare. Cosa bisogna fare in questi casi? Stare ad aspettare che arrivi la botta, magari sperando che siano tutte esagerazioni e che le cose poi cambieranno per il meglio? Avviarsi alle fosse comuni, in fila, obbedienti, catatonici, come pare facessero gli ebrei durante i massacri operati dai nazisti tedeschi (anche loro, forse, erano preda dello stesso incantesimo che con la formula magica “Non c’è alternativa” ci ha lanciato la maga Margaret quasi quaranta anni fa)? No. L’alternativa è molto semplice: cambiare ricetta economica, nella consapevolezza che nell’organizzazione economica di una società non c’è nulla di naturale:

Se passiamo a un altro obiettivo teorico, guardando l’economia da un’altra prospettiva, questi argomenti perdono il loro effetto.

L’«altra prospettiva», secondo gli autori del documento, è rappresentata dalla Teoria della Moneta Moderna, che si basa sullo studio delle «esistenti istituzioni economiche». Tale teoriaha svelato l’inadeguatezza, se non il carattere ideologico, della teoria neoclassica, ma soprattutto attacca alle fondamenta i due argomenti con cui la teoria neoclassica si oppone al ruolo-guida dello stato in economia. In primo luogo, la TMM mette in luce come

i mercati non esisterebbero e di fatto non esistono senza una regolamentazione politica

operata dallo Stato. In secondo luogo sin dall’abbandono, negli anni Settanta del secolo scorso, del sistema che agganciava le monete al valore dell’oro,

A differenza delle risorse naturali, sociali e tecnologiche, le valute sovrane non sono un fattore limitante nelle azioni collettive come è la transizione verso la sostenibilità.

Infatti

Lo stato può sempre spendere e investire nella propria valuta [e] non ha bisogno di basarsi su particolari posti di lavoro o industrie per motivi di gettito fiscale.

Quindi gli interventi di spesa dello stato può essere guidata non da (inesistenti e fittizi) limiti di spesa

ma sulla base di obiettivi sociali e concreti limiti nelle risorse materiali [a disposizione].

Liberati da inesistenti limiti di spesa, uno strumento praticabile suggerito dalla TMM è quello del Lavoro Garantito, che

garantirebbe a tutte le persone in grado e disposte a lavorare di ottenere un lavoro permanente, finanziato dallo stato e amministrato localmente. I lavori più adatti per il programma sarebbero quelli che quasi chiunque può fare con formazione limitata. I posti di lavoro potrebbero essere modellati per favorire la transizione verso la sostenibilità e per costruire capacità di adattamento ai cambiamenti climatici: ad esempio, l’installazione di soluzioni energetiche decentralizzate e la preparazione per le inondazioni. Oltre a innescare la transizione, la garanzia del posto di lavoro garantirebbe la piena occupazione. Ridurrebbe l’insicurezza e la necessità di competere per posti di lavoro ambientalmente distruttivi a livello individuale e collettivo.

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Riassumendo: abbiamo bisogno dello Stato, ma abbiamo bisogno anche che lo Stato non ripercorra strade che si sono già rivelate fallimentari (e lo stesso keynesismo del dopo guerra si è dimostrato tale). Abbiamo insomma bisogno di una teoria economica per i problemi che il presente ci pone, problemi di abbondanza piuttosto che di scarsità.

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Il testamento di Gheddafi

FAO  - summit sulla sicurezza alimentare

“Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole.

E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente.

Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto di tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale i comitati popolari governano il nostro paese.

Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sèmpre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”.

Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistèma di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine graatuite, ospedali gratuiti, case gratutite, istruzione gratuita, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare.

Ora sono sotto attacco della più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre gratuite abitazioni, la nostra gratuita medicina, la nostra gratuita istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono.

Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Giamahiria libica.

Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.

Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani.

Ho cercato di fare luce. Quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islàm, ho preso poco per me…

In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.”

Muhammar Gheddafi, Tripoli, 5 aprile 2011

 

tratto da Quaderni Rozzi

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La crisi turca. Una lettura.

In merito alla crisi turca, se ne sono dette tante, a partire dalle spiegazioni semplici per le menti semplici, gli autorazzisti, i tremebondi innamorati della superpotenza europea, i disprezzatori dell’italiano (soprattutto se povero, poco istruito, disoccupato, di provincia e meridionale), i convinti sino al fondo dell’ultimo neurone che gli Italiani non sono governabili, gli adoratori impotenti della potenza dell’euro:

Io vi propongo una lettura di ciò che sta avvenendo basata su alcune idee e concetti di un libro che dovreste assolutamente leggere da cima a fondo, per poi riprenderlo e rileggerlo nuovamente da cima a fondo facendo sedimentare bene concetti, processi, sistemi e costellazioni causali. Sto parlando di L’imperialismo globale e la Grande Crisi, di Ernesto Screpanti.

Nella parte finale del paragrafo dedicato alla disciplina finanziaria (pagg. 92-100) con cui il grande capitale delle multinazionali governa il mondo, apre le economie al libero mercato e le asserve alla produzione del valore (il loro delle multinazionali) e alla accumulazione (sempre la loro delle multinazionali), Screpanti prende in esame il ruolo della speculazione:

Gli speculatori, senza saperlo, svolgono un ruolo essenziale nell’attivazione della disciplina finanziaria su scala globale. Quando un paese in via di sviluppo ha un deficit “strutturale” nella bilancia dei pagamenti o quando assiste a un deflusso prolungato di capitali, la speculazione può aspettarsi una svalutazione della moneta nazionale. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi)

Che poi è la situazione in cui si trova da tempo la Turchia, che da una parte macina tassi di aumento del PIL alla cinese …

Il ritmo di crescita del pil turco è stato paragonabile solo a quello della Cina: +8,5% nel 2010, +11.1% nel 2011, +4,9% nel 2012, +8,5% nel 2013, +5,2% nel 2014, +6% nel 2015, +3,2% nel 2016, +7% nel 2017, +4,1% quest’anno. (Guido Salerno Aletta, In graticola con Tayyip)

… ma con la cruciale differenza che i suoi saldi commerciali con l’estero sono cronicamente in passivo

La enorme differenza con la Cina è stata rappresentata daI conti esteri, strutturalmente negativi: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti è sempre stata passiva sin dal 2002. Negli anni della crisi la situazione è continuamente peggiorata: il picco negativo fu toccato nel 2011, quando il saldo fu di -74,4 miliardi di dollari, pari al -8,9% del pil. Nonostante il miglioramento di circa un punto di pil annuo realizzato da allora fino al 2015, quando i valori si assestarono rispettivamente a – 32,1 miliardi di dollari, pari -3,7% del pil, successivamente si è verificato un nuovo trend di peggioramento, con il risultato negativo previsto per quest’anno in -49,1 miliardi di dollari, corrispondenti al -5,4% del pil. In totale, tra il 2008 e quest’anno, il saldo negativo della bilancia dei pagamenti correnti è stato di 486 miliardi di dollari, accumulando anno dopo anno una percentuale sul pil pari al 57%. (Guido Salerno Aletta, In graticola con Tayyip)

E siccome il culto del pareggio di bilancio, l’orrore sacro nei confronti del debito pubblico e dell’intervento dello stato in economia, l’incantamento del libero mercato e della libera iniziativa privata hanno trovato i loro fervorosi discepoli anche in Turchia …

il deficit annuo non è mai andato sopra il 2,9% del pil, percentuale che sarebbe raggiunta solo quest’anno dopo essere stata sempre intorno al 2,3% sin dal 2012, mentre addirittura l’anno prima si era sfiorato il pareggio di bilancio. Anche il debito pubblico di Ankara è sempre rimasto a livelli ultra rassicuranti, secondo gli standard previsti dal Fiscal Compact: è stato ridotto costantemente a partire dal 2009, quando era pari al 43,8% del pil, per arrivare al 27,8% di quest’anno. (Guido Salerno Aletta, In graticola con Tayyip)

… rimane solo una strada: l’indebitamento privato. Ma siccome il risparmio dei turchi non è sufficiente ai miraggi di grandezza del pericoloso giocoliere che guida la Turchia, le aziende turche si sono indebitate con i risparmi stranieri …

La crescita degli investimenti è stata tumultuosa: a partire dal 2011, la loro percentuale annua sul pil non è mai scesa al di sotto del 22%, arrivando quest’anno al picco previsto del 31,3%.Il risparmio nazionale, pur estremamente elevato essendo sempre oscillato tra il 21% ed il 26% del pil, non è stato però sufficiente a finanziarli integralmente: il differenziale è stato coperto con il ricorso ai capitali esteri che hanno fronteggiato anche il gap della bilancia dei pagamenti correnti. In totale, tra il 2008 e quest’anno, la quota di investimenti annui non coperti con il risparmio interno è stata pari nel complesso a circa il 55% del pil. (Guido Salerno Aletta, In graticola con Tayyip)

… secondo il primo dogma della religione neoliberista:

Dogma I: efficienza del mercato. Il mercato alloca le risorse in modo efficiente in quanto le azioni dei soggetti sono mosse da incentivi economici e disciplinate dalla concorrenza. Il settore pubblico è inefficiente perché non opera in regime di mercato e non è guidato dal profitto. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 104)

Ma torniamo a Screpanti:

Appena quest’aspettativa [la svalutazione della moneta nazionale, n.d.r.] si afferma, scatta la speculazione sui cambi, che è un tipo di speculazione con notevoli capacità di autorealizzazione. Se tutti vendono il peso argentino [nel nostro caso la lira turca, n.d.r.], nell’attesa che si svaluti, esso si svaluterà come semplice conseguenza dell’aumento delle vendite. I capitali fuggiranno dall’Argentina [la Turchia, n.d.r] e ciò farà peggiorare ulteriormente i conti esteri. La svalutazione inoltre farà aumentare il valore delle importazioni, e lo squilibrio del conto corrente potrebbe aggravarsi. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 106-7)

E infatti …

La lira turca quest’anno ha perso il 45% contro il dollaro e venerdì scorso in una sola seduta è colata a picco, crollando fino a un massimo del 20% sull’annuncio del presidente americano Donald Trump del raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio esportati dalla Turchia verso gli USA. (Giuseppe Timpone, Alle origini della crisi turca: niente complotto contro Erdogan, ma politiche suicide)

Ha ragione Giuseppe Timpone: non c’è nessun complotto. Basta lasciar fare ai mercati. Bastano loro a mettere in trappola un governante (e un popolo) con troppi grilli per la testa. E l’efficacia della trappola è potenziata proprio dalla necessità per un paese emergente di indebitarsi in valuta estera. Seguiamo ancora Screpanti:

Il paese bersaglio degli attacchi speculativi, se non è un paese avanzato, s’impoverisce anche per un altro motivo. I paesi in via di sviluppo sono colpevoli di un “peccato originale” inespiabile: data la debolezza, la marginalità e la rischiosità delle loro economie, sono incapaci di prendere a prestito nelle proprie valute e si devono indebitare in dollari o in altre monete dei paesi avanzati. Di conseguenza un deprezzamento del loro cambio fa aumentare il valore netto (in valuta nazionale) dei loro debiti esteri. In altri termini un attacco speculativo che porta a una crisi valutaria determina un impoverimento del paese oggetto dell’attacco perché fa aumentare la quantità di risorse nazionali che devono essere impegnate per ripagare un debito che si è rivalutato. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 107)

A quel punto per il paese emergente con ambizioni di sviluppo e di crescita economica autonoma e “sovrana” (per avere un’idea delle ambizioni del governo turco e della cuccagna che queste ambizioni hanno rappresentato per il capitale multinazionale, anche italiano, è interessante la lettura di questo post di Lettera43 del 2012, in cui la Turchia è presentata come l’ “Eldorado delle imprese italiane” (e certamente noterete il ruolo che in questa nuova corsa all’oro delle ditte italiane ebbe allora il Fiero Passino della citazione per menti semplici (e di poca coerenza) d’apertura di articolo)), a quel punto, dicevo, si apre il destino degli aggiustamenti strutturali imposto dallo sceriffo finanziario internazionale, in arte FMI:

La speculazione svolge un ruolo decisivo nel disciplinare le politiche economiche nazionali: accelera i processi d’aggiustamento punendo le politiche “sbagliate”. Spesso ammaestra i governi riottosi anticipando le raccomandazioni del FMI. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 108)

Ed è questa la prospettiva caldeggiata con fervore dalla Merkel e dai mercati internazionali:

Il Fondo monetario internazionale potrebbe aiutare la Turchia a superare la crisi della sua valuta. Il governo tedesco sarebbe favorevole a una simile misura d’emergenza, secondo quanto ha detto una fonte governativa tedesca a Reuters. (vedi qui)

Cosa significhi per una economia affidarsi alla coppia FMI-Germania lo sappiamo dalla Grecia, ma è utile farcelo spiegare nei dettagli da Screpanti:

Il Fondo [concede] prestiti, ma a condizione che i paesi debitori [accettino] i suoi piani d’aggiustamento strutturale, i quali [prevedono] normalmente politiche di: riduzioni salariali, svalutazioni monetarie, diminuzioni della spesa pubblica, aumenti dei tassi d’interesse, sfruttamento delle risorse migliori per le esportazioni. Queste politiche non sono il prodotto di menti particolarmente malefiche, bensì il risultato di una solida visione ragionieristica della gestione monetaria: chi presta i soldi vuole accertarsi della capacità dei debitori di ripagare i debiti. Se poi i soldi vengono benevolmente prestati anche nell’interesse dei creditori, che sono in buona parte banche del Centro imperiale, si capisce l’accanimento terapeutico imposto dai funzionari degli organismi internazionali. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 93)

Per ora, pare che Erdogan abbia respinto il suggerimento peloso dell’aspide teutonica, ma le soluzione a cui sta pensando non sono molto diverse da quelle imposte dal FMI ai paesi in difficoltà:

Nella teleconferenza, il ministro [delle finanze turco] ha spiegato che il paese intende fare ampio uso di misure fiscali per ridurre il pesante deficit delle partite correnti e mettere un freno all’inflazione che corre al 16% annuo.

Albayrak ha aggiunto che il governo chiederà ai ministeri tagli delle spese compresi fra il 10 e il 30 per cento e che l’obiettivo è di arrivare ad avere un surplus primario di 6 miliardi di lire turche per il resto dell’anno.  La Turchia, ha aggiunto infine il ministro, sta progettando di inserire nella costituzione il principio della disciplina di bilancio. (vedi qui)

Del resto, anche per questa autoimposta disciplina, Screpanti ha una illuminante spiegazione:

In un mondo globalizzato in cui gli stati e le organizzazioni politiche sono immobili e il capitale è mobile, è questo che alla lunga detta legge. Le istituzioni si devono adeguare, se non vogliono subire le conseguenze negative delle discipline attivate dai mercati. Ecco l’essenza della sovereignless global governance: una volta stabilita la libera circolazione del capitale, la cieca legge del valore riesce prima o poi a disciplinare anche i soggetti politici. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 87)

A questo punto anche per la Turchia si aprono le porte dell’austerità, dei tagli e della recessione, e quindi sofferenze bancarie e trasferimento del debito privato nel debito pubblico, che di conseguenza schizzerà in alto e a cui si risponderà con maggiore austerità, tasse e tagli che aggravveranno ulteriormente la recessione. Come illustrato in questo video pubblicato da Jeremy Corbyn su Twitter.

E alla fine il paese sarà pronto per la stagione delle privatizzazioni e dell’assalto alla diligenza turca da parte delle multinazionali cosmopolite. E così, tirate le somme, quando le acque si saranno calmate e i riflettori si saranno spostati a illuminare qualche altra crisi finanziaria provocata dal batterio ideologico neoliberista, i veri vincitori saranno come al solito loro, il sistema delle multinazionali finanziarie e non:

Quando prende corpo un’azione collettiva globale, quale può essere un’ondata di panico nei mercati finanziari, il “salvataggio” di un paese in crisi da parte del FMI e della BM, o una guerra per la libertà contro un paese canaglia, i vari soggetti decisionali possono perseguire obiettivi diversi, non solo una differente finalità per ogni soggetto, ma anche più di una per uno stesso soggetto. (…) Alcuni soggetti decisionali ne usciranno soddisfatti, altri frustrati. Va da sé dunque che gli effetti dell’azione potranno essere spiegati in diversi modi …

Tuttavia chi cerca una spiegazione che vada al nocciolo delle cose non può limitarsi a elencare varie osservazioni più o meno superficiali. Tra le tante cause deve essere in grado di individuarne qualcuna fondamentale che sia riconducibile all’azione e agli obiettivi dei soggetti dominanti nell’azione collettiva. Poi deve verificare se l’azione ha contribuito a conseguire gli obiettivi. Se questi sono determinati da interessi comuni ai molti attori, e se la numerosità dei soggetti e l’opacità delle loro intenzioni rende difficile individuare le motivazioni individuali, la spiegazione può assumere i caratteri di una giustificazione apparentemente olistica: l’azione ha prodotto risultati “funzionali” al conseguimento di quegli interessi comuni e dunque sono questi che vanno indicati come la causa fondamentale del fenomeno. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi, pag. 80-1)

E chi sono i “soggetti dominanti” in tutta questa facenda se non i creditori? E quali sono gli “interessi comuni” se non il loro interesse a non farsi sfuggire la preda  e a che i debiti vengano ripagati?

Secondo un articolo della Reuters del 13 agosto, i maggiori creditori in Turchia sono la spagnola BBVA, l’italiana UNICREDIT, la francese PNPP, l’olandese ING, e la britannica HSBA. Ora, visto che dire “spagnola” per la BBVA (per esempio, ma il discorso vale anche per le altre banche) è come dire che Marchionne era “italiano” …

… la considerazione che rimane da fare è che il “soggetto dominante” in tutto questo psicodramma turco messo in scena a uso e consumo dell’opinione pubblica internazionale e occidentale soprattutto è un soggetto collettivo, il grande capitale finanziario occidentale, che fa il suo lavoro solito da una quarantina d’anni a questa parte: mettere in riga i paesi aspiranti a un minimo di sovranità politica attraverso il governo dei mercati.

In tutta questa storia Erdogan, Trump, Putin, Merkel, lo stesso Xi Jinping sono comprimari. Nessuno di loro ha reale interesse a mettere in discussione l’attuale assetto economico che sta consegnando tutti i popoli della terra al comune destino di produrre valore per le grandi multinazionali cosmopolite. Nessuno di loro ritiene veramente opportuno mettere le briglie alla bestia. Nessuno di loro ha forse l’esatta percezione del pericolo letale per l’umanità. Tutti loro pensano di potersi servire della bestia contro i nemici esterni e interni e di riuscire a cavalcarla senza sella e briglie. Ma finora ogni volta il momento della verità ha rivelato che è la bestia a servirsi di loro.

Guardatevi dalla Bestia!

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Modus pensandi neoliberalis

«Abbiamo scelto una procedura molto veloce, per assegnare il sussidio». Che non sarà fine a se stesso: «Chiunque riceverà il Reis, firmerà un patto con cui s’impegna a reintegrarsi nella società, o permettere alla famiglia, soprattutto ai figli , di superare i problemi in cui è finita e da cui finora è stata stritolata».

La citazione è tratta da un articolo apparso su un quotidiano locale legato alla flotta della sinistra neoliberista, globalista, eurista, unioneuropeista, innamorata della grande finanza, che ha la Repubblica delle Banane quale sua portaerei. Nell’articolo viene data notizia che la giunta regionale neoliberista sarda ha varato il Reddito di inclusione contro povertà ed emarginazione. Sulla questione specifica, più che il suddetto articolo, può aiutarvi questa pagina pubblicata in Regioni.it.

Le parole della citazione sono di Luigi Arru, assessore alla Sanità. È ormai sempre più frequente il caso di uomini delle istituzioni che svelano candidamente e del tutto ingenuamente la loro appartenenta a quella mutazione antropologica che è l’homo neoliberalis globalisticus. E che, come i pesci in fondo al mare, non sospettano neanche che possa esistere un mondo più aperto e libero fuori dall’elemento acqueo. Insomma, non è che fingano perfidamente di essere limitati nella loro visione del mondo. Semplicemente lo sono.

Presidente_Sergio_MattarellaPochi giorni fa, il nostro presidente ci ha parlato in toni allarmati della minaccia rappresentata dai mercati per i nostri risparmi [e per la democrazia e la sovranità popolare: lui non l’ha detto, ma nei fatti in quello si risolve la prima minaccia], se i primi non sono rassicurati [ovvero accontentati nelle loro aspettative di guadagno], non per invitare il futuro governo ad approntare gli idonei mezzi per disinnescare o limitare tale minaccia [ai risparmi di chi li ha, ché la democrazia e la sovranità popolare, evidentemente, per il nostro presidente sono secondarie] ma per giustificare il suo rifiuto di nominare un ministro che nella sua lunga carriera si è dimostrato critico nei confronti dell’euro. La minaccia rappresentata dai mercati si combatte sottomettendosi ad essi: a quale categoria di uomini e donne può essere associato un pensiero simile?

Giuseppe-Guetta-nominato-Prefetto-di-Oristano-lascia-la-Prefettura-dellAquila-e-le-funzioni-di-Vice-Prefetto-VicarioUn mese fa nella mia scuola il prefetto locale ha tenuto una lezione ai ragazzi sulla Costituzione. Tra le altre cose ha sanato la contraddizione tra l’art. 11 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”) e la presenza dei soldati italiani in tante missioni all’estero (ai confini della Russia, per esempio) tese a far di tutto tranne che ad assicurare la pace, richiamandosi alla globalizzazione e al fatto che tale nuova condizione proietta i confini di un paese molto al di là dei propri confini geografici, e che quindi, sì, insomma, i confini della patria ormai li si difende molto lontano dai confini della patria. Chiaro? [Molti di voi, conosciuto questo pensiero del prefetto di provincia si immagineranno chissà che mascella pronunciata e petto in evidenza! Macchè! Un omino gentile gentile, anche un po’ timido e impacciato, a cui è toccato in sorte di fare carriera nella burocrazia statale italiana nel trentennio in cui si è imposto questo strano mostro-pensiero figlio deforme di molti padri e madri: l’autorazzismo, il disprezzo per l’interesse, la sovranità nazionale e il benessere del popolo, l’esaltante sogno-desiderio di letteralmente annullarsi e sciogliersi in una muscolosa Europa e di competere così con gli altri giganti mondiali. Semplicemente un uomo dei nostri tempi, insomma].

arruMa torniamo all’assessore alla Sanità della regione Sardegna. Nelle sue parole possiamo trovare, espliciti e impliciti, molti ingredienti del pensiero neoliberista.

Primo ingrediente: lo stato può elargire reddito [insomma, reddito …] ma non creare lavoro direttamente.

Secondo ingrediente: lo stato elargisce un reddito in cambio di un impegno a darsi da fare: consentire a un figlio di concludere gli studi [se non li conclude è colpa tua che non hai fatto abbastanza per dargli una educazione sana e idonea], partecipare ad attività di formazione [prima la formazione avveniva sul posto di lavoro, ora è stata del tutto esternalizzata: si è in perenne formazione, perennemente inidonei, perennemente minorenni sociali], accedere a tirocini [vedi sopra] o, nel migliore dei casi, accettare un lavoro [qualunque esso sia e qualsiasi siano le sue condizioni].

Terzo ingrediente: chi è de-integrato dalla società, lo è a causa sua, perché non si è abbastanza impegnato a “integrarsi nella società” [detto in altra maniera: se sei disoccupato, lo sei perché non ti sei impegnato abbastanza a cercarti un lavoro e/o non sei stato pronto ad accettare il lavoro che c’è alle condizioni date].

Quarto ingrediente: se i tuoi figli sono dei disperati al pari di te è colpa tua [insomma: che tu sia disperato non è colpa di nessuno, se non tua, o al limite dei tuoi genitori (ma questa non è minimamente un’attenuante). Ma che i tuoi figli siano dei disperati non è colpa loro, come logicamente ci si dovrebbe aspettare, ma tua che sei stato fallimentare anche come genitore. In tutta questa ricerca di colpevoli manca una sia pur minima considerazione del tipo di terreno in cui un seme cade: come provare a far crescere pomodori sulla sabbia e poi prendersela con le misere pianticelle se sono cresciute misere].

Quinto ingrediente: lo stato dà i soldi a te perché tu “permetta” ai tuoi figli di “superare i problemi” in cui sei finito [a causa di cosa? Non è dato sapere. Ma forse la domanda giusta da una prospettiva neoliberista è: a causa di chi? Tua, naturalmente].

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Il neoliberismo è la nuova religione basata sulla condizione della colpa individuale. In questo prosegue il cristianesimo, soprattutto nella sua versione protestante-calvinista. Una religione basata su una visione semplice, ma sbagliata e monca, dell’uomo. Una visione che pensa l’individuo come entità perfettamente isolata, chiusa, incondizionata e autoproducentesi, e quindi perfettamente responsabile individualmente della sua condizione. Chi sta bene, non deve niente a nessuno, né passato né presente. Chi sta male, deve incolpare solo se stesso. Una visione che necessariamente, se introiettata, porta o alla presunzione, all’hybris e al disprezzo, o all’autodisprezzo e all’autoflagellazione, o all’invidia e alla guerra tra poveri, o alla ribellione senza futuro. A un uomo mentalmente spostato, insomma, in tutte le versioni.

Guardatevi dal neoliberismo.

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Il nodo da sciogliere

di Vadim Bottoni

Il dibattito politico-generalista italiano degli ultimi giorni si è ampiamente concentrato sul contratto di governo prodotto dalla Lega e dal M5S, ma tutta questa gran mole di analisi e critiche sembra aver tralasciato un “dettaglio” che invece grande attenzione e preoccupazione ha destato negli organi di comunicazione, soprattutto esteri, con taglio economico-finanziario.

Nel paragrafo 11 sulla detassazione e semplificazione troviamo una misura finalizzata alla risoluzione relativa alla questione dei debiti insoluti della PA, consistente nella “cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di stato di piccolo taglio”, in sostanza i mini-bot ideati da Claudio Borghi. Senza entrare qui nel dettaglio del funzionamento di questa misura e della compatibilità con l’Articolo 106 del Trattato di Lisbona dell’Unione europea, in sostanza si tratta dell’emissione di bot dal valore di 5, 10, 20, 50 e 100€, senza tasso di interesse e senza scadenza, utilizzabili per pagare le tasse e le imposte. Tale emissione verrebbe effettuata dal Tesoro a beneficio delle imprese e delle persone fisiche che avessero maturato crediti nei confronti dello Stato (la cifra si aggirerebbe intorno ai 60/70 miliardi che lo Stato deve alle imprese, i rimborsi IVA ed IRPEF ecc).

L’interesse e la valutazione della stampa straniera su questa misura è ben espressa dall’articolo (pubblicato il 17 Maggio) del prestigioso ed influente Financial Times con un inequivocabile titolo: “March of the mini-BoTs may bring down the euro”, ovvero, “la marcia dei minibot potrebbe affossare l’euro”. La dissonanza tra l’enfasi posta all’estero e l’indifferenza interna (quella del nostro dibattito politico) è evidente, enfasi che (nel Financial Times) è rafforzata dalla raffigurazione (a tinte grottesche) della reazione dei banchieri centrali e dell’eurozona finanziaria ai minibot che oscillerebbe tra l’indignazione e l’apoplessia (“between outrage and apoplexy”), tradotto gli potrebbe venire “un colpo!”.

In Italia sarebbe sconveniente fare una simile campagna contro una misura finalizzata a sanare una situazione che può essere stereotipata e trasmessa al pubblico nel seguente modo: un artigiano vanta dei crediti verso lo Stato il quale, non onorando i suoi impegni, non fornisce i mezzi all’artigiano per onorare i suoi impegni, presi ad esempio verso il fornitore, costringendolo al fine a chiudere bottega. Il fatto che la passività (il credito dell’artigiano verso lo Stato) già esista significa che non si sta creando nuovo debito, ma solo che tale passività diventi liquida e quindi (potendo circolare) renda possibile una quota aggiuntiva di scambi di beni e servizi che sarebbero percepiti come vitali dai ceti produttivi nella condizione economica attuale, ovvero come nuovo ossigeno nel tessuto produttivo.

Enfatizzare la critica a questa misura nel dibattito interno avrebbe connotazioni evidentemente scomode per cui si preferisce agire su altri canali di attacco al nascente governo, mentre invece il punto di vista dei canali economico-finanziari esteri, che non è orientato sulle esigenze del popolo italiano bensì sulla stabilità dell’attuale configurazione europea espressione diretta delle esigenze dei grandi capitali finanziari, opera allarmando e stigmatizzando tali “alzate di testa” a marca populista. La differenza tra questi due approcci è tanto evidente quanto politicamente dirimente. Infatti l’ipotesi qui avanzata è che la decifrazione di questa dissonanza diventa chiave di lettura per comprendere e contestualizzare la portata e le potenzialità politiche di questo governo.

La misura dei minibot in realtà è destabilizzante per l’eurozona perché diminuirebbe il grado di ricattabilità dell’Italia in sede di “trattativa europea” mettendo a rischio la tenuta degli attuali rapporti di forza che la vedono come “il ventre molle”. In sintesi, la nostra ricattabilita’ nell’euro-sistema è data dal fatto che se le nostre rivendicazioni non rispettassero i compiti assegnati ai vari governi di turno, potrebbe scattare la procedura descritta molto efficamente ed onestamente (purtroppo) dall’ex ministro Orlando in merito alla modifica COSTITUZIONALE dell’art.81: «La modifica – devo dire abbastanza passata sotto silenzio – della Costituzione per quanto riguarda il tema dell’obbligo di Pareggio di Bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese. Fu il frutto del fatto che a un certo punto la Banca Centrale Europea, più o meno – ora la brutalizzo – disse: “O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese”[1].» Così se l’introduzione dei minibot fosse ben condotta e raggiungesse un certo grado di diffusione potremmo avere uno strumento capace di depotenziare la minaccia della chiusura dei “rubinetti” (perché ne avremmo uno di riserva) facendo diminuire il grado di ricattabilità di un ipotetico governo che, su mandato popolare, tentasse di difendere l’interesse nazionale nelle sedi dell’eurosistema.

La retorica demenziale di battere i pugni su un tavolo che non c’è sarebbe sostituita da una proposta efficace che sta inquietando i difensori degli interessi anti-popolari nell’eurosistema in modo manifesto o meno a seconda della convenienza, ma il tutto comprensibile in chiave politica con evidenti conseguenze da trarre. Una delle principali conseguenze è che se un governo si impegnasse ad elaborare un efficace “piano B”, che neutralizzerebbe i metodi di ricatto visti prima e consentirebbe una posizione di parità all’Italia nelle trattative tra stati in sede europea, verrebbe ostracizzato dai difensori dell’assetto attuale che tenterebbero conseguentemente di escludere dalla dialettica politica chi per capacità, profilo istituzionale e visione sarebbe in grado di portare avanti, in un tale governo, un tale progetto.

Quello che sta succedendo in questi giorni con le barriere alzate all’insediamento di Paolo Savona al ministero dell’economia ne è testimonianza, perché altrimenti avremmo un personaggio dall’altissimo profilo istituzionale portatore di istanze per cui «battere i pugni sul tavolo non serve a niente … Bisogna preparare un piano B per uscire dall’euro se fossimo costretti, volenti o nolenti, a farlo [l’alternativa è] fare la fine della Grecia»[1].
Qui si sta giocando la partita più importante per comprendere gli sviluppi della fase politica e la strategia da adottare.

Tratto da Patriottismo Costituzionale

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Il debito mondiale agregato

Siccome questo è un sito provinciale, invece di affrontare la questione del debito pubblico italiano, questo post getta lo sguardo sul debito aggregato mondiale. E lo fa attraverso quattro articoli.

Nel primo imparerete che il debito pubblico mondiale è solo il 27% del debito totale detenuto da Stato, imprese, banche e famiglie (il debito aggregato, appunto). Quello italiano raggiunge all’incirca il 37% (calcolo mio sui dati riportati in questo articolo del Sole24Ore).

Nel secondo, l’articolo del Sole24Ore già citato, scoprirete che se si cumulano tutte le tipologie di debito, allora, udite udite, l’Italia si pone nell’esatta media europea. Ma anche questo grafico, tratto da qui, dice cose molto interessanti in proposito:

La domanda allora è: perché tutto questo accanimento degli avvoltoi filotedeschi di Bruxlino contro la versione pubblica del debito? Forse perché nella visione neo-ordo-liberista prevalente a Bruxlino non c’è assolutamente nessuna differenza tra i due, visto che il debito pubblico è equiparato esattamente al debito dei privati. Del resto, esiste forse sostanziale differenza tra un’azienda che si indebita con le banche private e uno stato che si indebita con le banche private? Nessuna, se politicamente si sceglie di trasformare tale visione (leggi, ideologia totalitaria) in realtà. Salvo poi spacciare il tutto per naturale piuttosto che artificiale.

Nel terzo, troverete un grafico, questo,

che vi mostra l’andamento della percentuale del pil impiegato a livello mondiale per pagare gli interessi sul debito pubblico. Al 2016 era quasi il 10%. Ecco, avete una visione semplice e chiara di cosa vuol dire il prevalere dell’economia finanzanziaria sull’economia reale. E del perché i crediticrati non vogliono mollare l’osso, né negli USA né in Italia.

Il quarto, vi informa che il debito mondiale si sta proiettando verso la fantasmatica cifra dei 4.000.000.000.000.000 di dollari. Detto in altro modo, sarebbero quattro mila miliardi. Detto in altro modo, sono il sintomo di un capitalismo in perenne crisi da sovraproduzione. Detto ancora altrimenti, sono un vulcano pronto a scoppiare.

Il rimedio?

Non c’è dubbio che l’incapacità di affrontare i problemi del debito eccessivo e il comportamento negligente o criminale delle banche, o di riformare radicalmente i modelli economici imperfetti, hanno posto le basi per un crollo ancora peggiore di quello di un decennio fa. La vera via d’uscita da questo pasticcio a medio-lungo termine (non ci sono più rimedi a breve termine) è di trasformare radicalmente le economie, ridurre i poteri sproporzionati e incontrollati delle corporation sui lavoratori, eliminare il loro controllo sui media, sui politici e sulle leve del potere politico, limitare le attività alle quali le banche sono autorizzate a partecipare e creare beni e servizi che siano diritti umani fondamentali – acqua, energia, edilizia abitativa e istruzione – di nuovo accessibili. Queste riforme non arriveranno da governi o partiti neoliberisti, capitalisti, ma dal potere della gente incanalato attraverso organi progressisti della sinistra che sono disposti ad attuare soluzioni radicali. Dopotutto, la malattia che affronta il mondo sviluppato è di una gravità senza precedenti e non può essere curata trattando i sintomi piuttosto che la patologia sottostante. (Tigran Kalaidijan)

Chi trova l’unico punto debole di questa ultima citazione lo può indicare nei commenti. Non vince nulla, ma darà segno di essere molto attento a quello che sta succedendo oggi nel nostro paese e al totale scombussolamento delle certezze in cui siamo costretti a operare.

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