La più iniqua delle tasse

Quando la convinzione sbatte il muso contro i fatti, in genere sono i fatti ad avere la peggio. Un’idea ben radicata è come un parassita difficile da estirpare, un virus che deforma la percezione della stessa realtà e degli stessi fatti che dovrebbero debellarlo. Non è necessariamente malafede. Chiuso il tuo tweet o il tuo blog, quella convinzione e quell’idea sono nuovamente rafforzate da un formidabile apparato totalitario di manipolazione di massa. La mente umana è una mente sociale e in quanto tale manipolabile. Prendere atto di questo è il primo passo verso una mente critica, consapevole, presente, attenta e circospetta.

Detto questo, la lettura di questo articolo è come una ventata di aria fresca in una stanza chiusa e dall’aria viziata.

tratto da thomasmuntzerblog

 

Condivido con voi l’amabile conversazione che ho avuto stamane. Tutto è partito da questo tweet di una (tra le poche rimaste) sostenitrice del PD.

Enrica sosteneva che, negli anni bui della sovranità monetaria, la lira era solita dimezzare il suo valore da un giorno all altro.

Ora non è ben chiaro cosa volesse intendere la nostra amica piddina, con dimezzamento di valore da un giorno all’altro:

  • rispetto all’estero (quindi svalutazione del 50% rispetto a una valuta estera X)
  • rispetto ai beni nazionali (quindi inflazione del 50%).

Una panzana colossale in entrambi i casi, visto che fenomeni del genere non si sono mai osservati se non per paesi con problemi diversi dai nostri, tipo lo Zimbabwe. I dati ci sono, ognuno può andarseli a guardare ma la tesi è sempre quella:

L’euro ci protegge, perché quando non c’era Lui (l’euro) l’inflazione – la più iniqua delle tasse perché colpisce allo stesso modo la vecchietta e il miliardario – se magnava tutti li risparmi.

Per divertirmi un po’ ho sollecitato sull’argomento Paolo Attivissimo, uno degli esperti che collaborano  con la presidenza della Camera per la lotta alle temibili fakenews. Diversi di voi ne avranno sentito parlare.

Subito è arrivata la risposta di un altro utente che ha tirato fuori un evergreen: “a rata der mutuo

Toni da tregenda per ricordare come in quel periodo sfortunato la banca ti chiamava per comunicarti che il tasso di interesse nominale del tuo mutuo era raddoppiato.
Una bella seccatura, siamo d’accordo, ma la prima cosa che dovrebbe un po’ insospettire è che nonostante la rinomata rapacità delle banche, molte delle nostre famiglie hanno una o più case comprate proprio in quegli anni. Oggi invece nonostante i mutui abbiano tassi bassissimi (2% contro il 15% di cui parlava l’amico) le persone non possono neanche pensare di comprarsela una casa.

Ma allora dov’è l’inghippo? Innanzitutto parlare di tasso nominale non ha molto senso. Se il tasso del tuo mutuo è al 15% ma i prezzi salgono del 20% il tuo tasso in termini reali è negativo: -5%. L’inflazione abbassa il valore del denaro quindi favorisce il debitore che può saldare il suo debito con denaro che vale meno rispetto a quando il debito è stato contratto.

Effettivamente tra il 1973 e il 1980 l’inflazione in Italia è stata piuttosto alta rispetto agli standard attuali. Ecco il grafico, i dati sono presi dal database OCSE

La ragione principale di questo improvviso e prolungato aumento dei prezzi al consumo però non fu la fantomatica svalutazione competitiva della liretta ma l’aumento del prezzo delle materie prime, petrolio in primis, prima nel 1973, poi di nuovo nel 1979. I paesi produttori di petrolio iniziarono a domandare una fetta più grande dei profitti del mondo occidentale e questo si tradusse in un brusco aumento dei prezzi.

E con questo abbiamo sistemato la sciocca e falsa equazione “sovranità monetaria = inflazione”. Ma l’inflazione intorno al 20% fu, di per se, una mazzata per i lavoratori come il nostro debunker ci tiene a farci sapere?

Bè, sicuramente possiamo dire che anche se i prezzi in quel periodo aumentavano molto, i salari aumentavano di più. Sempre dal database OCSE

Se avete un parente (non completamente ottuso dalla propaganda) che ha vissuto quegli anni potete chiedere a lui se è stato meglio avere inflazione al 20% e salari che crescono al 24% o inflazione all’1% e salari che scendono del 3%. Come è successo prima a causa della crisi del 2009 e poi a causa del senatore Monti nel 2012.

Per smontare definitivamente la teoria della mazzata (ipse dixit), possiamo dare un’occhiata alla serie storica del risparmio privato. Se veramente l’inflazione (che non dipende dai vizi italici e dalla svalutazione della liretta) è una mazzata per il risparmiatore dovremmo osservare nei dati una diminuzione della frazione di reddito risparmiato in corrispondenza dei periodi di alta inflazione. È così? L’OCSE la pensa in modo leggermente diverso.

Conclusioni

  1. Gli anni ’70 e’80 – il periodo della storia italiana dipinto dall’opinionista mainstream e dagli ottusi benpensanti come l’inferno dei risparmiatori – sono stati gli anni in cui le famiglie italiane sono riuscite a risparmiare la frazione più alta del loro reddito.
  2. Negli stessi anni nonostante l’inflazione fosse alta (a causa non del “familismo amorale” ma di rialzi del prezzo del petrolio) i salari sono cresciuti sistematicamente più dei prezzi. I salari sono cresciuti in termini reali.
  3. Da quando l’inflazione si è abbassata (il famoso dividendo dell’euro) i salari hanno iniziato a crescere sempre meno e ultimamente sono cresciuti anche meno dell’inflazione. Possiamo vederlo calcolando la crescita complessiva dei salari e dei prezzi per i 5 quasi decenni dal 1970 a oggi:

I dati smentiscono categoricamente la favola che dipinge l’inflazione come un flagello per il lavoratore/risparmiatore che vede i sudati risparmi erodersi davanti ai suoi occhi.

Ma allora perché i media si ostinano a ripeterci che stavamo peggio quando stavamo meglio? E perché persone che quegli anni li hanno vissuti avallano e sposano questa narrazione menzognera? E perché le persone che non hanno vissuto quegli anni si fanno abbindolare così facilmente?

Mi permetto di avanzare un’ipotesi, non originale:

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.

George Orwell – 1984

tratto da thomasmuntzerblog

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L’ultimo discorso sul debito di Thomas Sankara

Prima di tutto liberarsi dall’idea che ripagare tutto il debito pubblico sia un dovere. C’è debito e debito.

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Sempre più precari e senza via d’uscita

precarietà

di Carmine Tomeo

A voler commentare con una parola il rapporto Il mercato del lavoro: verso una lettura integrata 2017, primo della collaborazione sviluppata nell’ambito dell’Accordo quadro tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, si potrebbe usare il termine FALLIMENTO: delle riforme del lavoro che si sono susseguite negli ultimi anni; delle politiche sul lavoro; delle decontribuzioni per le assunzioni, che la lettura del rapporto mostrano in tutta la loro inefficacia.

La ripresa che traina l’occupazione. Quale?

La ripresa è affidata al segno più sulla crescita del Pil, che indica per l’Italia una variazione tendenziale positiva nel terzo trimestre 2017 dell’1,7%, ma molto minore della media Ue (+2,5%). Una ripresa che stando alle prime pagine del rapporto avrebbe accelerato e trainato il mercato del lavoro, tanto da aver permesso di recuperare “in buona parte, i livelli occupazionali della situazione pre-crisi”. Ma intanto rimane l’alto tasso di disoccupazione (11,2%), che pure se in calo risulta ancora ampiamente al di sopra di quanto si registrava prima della crisi. E la distanza con la media dei Paesi dell’Unione europea non si ferma qui. Così, scorrendo le pagine del rapporto si nota che ad aggravare la situazione italiana è l’incidenza dei disoccupati di lunga durata, che dal primo trimestre del 2008 ad oggi è aumentata di oltre dodici punti percentuali, raddoppiando il divario dalla media europea (da 6,3 a 13,2 punti).

Un dato, quello appena visto, che non può che dare immediatamente l’idea della grave condizione di sofferenza in cui si possono trovare i lavoratori nel nostro paese qualora il loro posto di lavoro venga messo a rischio. Soprattutto i giovani, ed in particolare nella fascia d’età dei 25-34enni, “sperimentano carriere lavorative intermittenti e hanno anche maggiori difficoltà a trovare il primo impiego”. Ma nel frattempo, la perversione politica in materia di lavoro e pensionistica si accanisce sia contro i lavoratori anziani, costretti a rimanere al lavoro fin a 67 anni di età, sia contro i giovani, dal momento che le riforme pensionistiche hanno procrastinato per chi è più avanti negli anni l’uscita dall’occupazione. E per quanto in tutte le maniere i fautori dell’innalzamento dell’età pensionabile tentino di far passare certi automatismi come necessario adeguamento all’aspettativa di vita, nel rapporto si legge che la spinta verso l’innalzamento dell’età pensionabile ha portato ”a un innalzamento dell’età media della forza lavoro più intenso di quello nella popolazione (+5,2 anni, rispetto a +3,2 anni della popolazione)”.

Così, tra giovani che hanno difficoltà a trovare un primo impiego e anziani che non riescono ad andare in pensione, aumentano senza sorprese le differenze intergenerazionali, “con un più forte calo del tasso di occupazione e un maggior aumento di quello di disoccupazione per i giovani di 15-34 anni. Di contro, per gli ultracinquantacinquenni il tasso di occupazione è cresciuto in tutto il periodo”. Abbiamo perciò i giovani sono sempre più spesso presenti nei comparti degli alloggi e ristorazione e sempre meno nel pubblico impiego, a causa delle responsabilità di chi ha portato avanti in questi anni politiche di indebolimento della base occupazionale del settore pubblico, dove sulla spinta di supposti tagli agli sprechi e lotta ai fannulloni è stata aumentata la precarietà ed è stato posto un blocco al turnover.

Una struttura produttiva in costante impoverimento

A questo punto, tra giovani spesso costretti ad emigrare per non vedersi costretti a svolgere lavori a basso valore aggiunto (nei quali le competenze risultano avvilite) e senza accumulo di competenze ed esperienze a causa di lavori precari e disoccupazione, si evidenziano difficoltà a fare incontrare domanda ed offerta di lavoro. Una situazione presa in considerazione anche dall’Ocse nel rapporto di questi giorni, Ottenere le giuste competenze, dove si evidenzia che il 35% delle persone svolge un lavoro che non è in linea con quello per cui ha studiato, dato con cui l’Ocse spiega la cosiddetta fuga di cervelli. Ma, paradossalmente, la risposta che l’Ocse pensa si debba dare è di puntare ancora di più sulle ricette che hanno portato alla situazione attuale: legare ancora di più gli stipendi alla produttività e spingere su Buona Scuola e Jobs Act, che secondo l’organizzazione possono contribuire a ridurre i preoccupanti squilibri fra l’offerta e la domanda di competenze nel mercato del lavoro Italiano.

Ma come hanno mostrato Marta Fana e Davide Villani in un articolo pubblicato dalla rubrica Econopoly de Il Sole 24 Ore, “non è l’offerta di lavoro a non essere adeguata, ma la struttura produttiva in costante impoverimento. In altre parole, più che un problema di offerta di lavoro l’Italia attraversa un problema di quantità e qualità di domanda di lavoro”. In sostanza, viene smontata la retorica della polarizzazione attribuita a chi la subisce, cioè i lavoratori che vedono impoverirsi, perché, semmai, a impoverirsi è la struttura produttiva che gioca tutto sulla riduzione del costo del lavoro, cioè sulla riduzione dei salari. Insomma, la questione è che anche laddove cambia il lavoro lo sfruttamento rimane. D’altronde, lo stesso rapporto congiunto che stiamo discutendo afferma che “dal punto di vista della struttura produttiva e occupazionale il periodo 2008-2016 ha rafforzato lo spostamento strutturale verso i servizi”, ai quali però afferiscono il 43% dei rapporti di lavoro brevi, cioè quell’insieme di forme contrattuali che si caratterizzano per durata inferiore a tre mesi, bassa continuità lavorativa e bassi livelli retributivi.

La precarietà coinvolge sempre più anche i meno giovani

Stiamo parlando, quindi, di condizione estrema di precarietà lavorativa che oggi investe sempre più anche i meno giovani. La generalizzazione della precarietà lavorativa è dimostrata dai numeri impietosi. Il lavoro sta diventando sempre più discontinuo per una platea di lavoratori sempre più estesa. I contratti a termine nel secondo trimestre di quest’anno hanno subito un incremento di quasi il 5%, quasi 6 milioni di attivazioni. Nel frattempo a rallentare è stata l’attivazione dei contratti a tempo indeterminato che nel terzo trimestre del 2017 mostra un saldo negativo (-10 mila). E sarà da vedere cosa accadrà allo scadere dei tre anni dall’attivazione dei contratti a tutele crescenti a tempo indeterminato quando la decontribuzione approvata dal governo Renzi nel 2015 non rimpinguerà più le casse delle aziende. Ma già si può prevedere un ulteriore aumento dell’incidenza dei contratti precari sul totale delle posizioni lavorative.

Come non bastasse, a peggiorare le cose c’è la ridottissima durata dei contratti a termine. Basti pensare che quasi il 60% del totale dei contratti a termine ha avuto durata inferiore a 30 giorni; in più di un caso su quattro il contratto prevedeva un solo giorno di lavoro. Quando poi i contratti a termine assumono la forma del lavoro in somministrazione, cioè il vero e proprio affitto di mano d’opera, che sta crescendo notevolmente negli ultimi anni specie dopo la (finta) abrogazione dei voucher, il dramma della precarietà diventa un fardello ancora più pesante. In questo caso, infatti, il 95% dei rapporti di lavoro è previsto come di breve durata: mediamente non si supera i 12 giorni di lavoro. Ora, si rifletta sul fatto che le attivazioni di lavoro a termine hanno toccato nel 2016 il massimo storico di quasi 2,7 milioni di lavoratori, oltre mezzo milione con contratti di somministrazione e si avrà un’idea più precisa di quanto ampio sia il dramma sociale della precarietà.

Le difficoltà ad uscire dalla precarietà

Dalla condizione di precarietà, peraltro, è sempre più difficile uscire. Nella maggior parte dei casi (oltre il 70%) i rapporti di lavoro a tempo determinato di breve durata cessano al termine previsto, senza pertanto essere oggetto di proroghe o trasformazioni; solo nel 15% dei casi si prolungano con proroghe; molto esigua la probabilità che un contratto a termine si prolunghi con una trasformazione. Ma se il contratto a termine è in somministrazione, la spada di damocle della precarietà risulta anche più affilata. Per lavoratori inquadrati in questa forma contrattuale “Bassa risulta la probabilità, per un contratto di somministrazione breve, di essere prorogato per un periodo significativo o interessato da una trasformazione a tempo indeterminato” e ambire ad un contratto di lavoro stabile pare una speranza remota come una vincita milionaria alla lotteria, dato che la transizione ad un lavoro stabile è una fortuna toccata nemmeno all’1% dei lavoratori in somministrazione.

Se questa è la condizione generale del lavoro, con una precarietà che diventa sempre più generalizzata, alla quale le imprese ricorrono con sempre più intensità ed estensione coinvolgendo sempre più numerose categorie di lavoratori, la conseguenza ovvia è l’intensificazione ed estensione del ricatto. Lo si evince ad esempio dalla riduzione delle ore lavorate per occupato (che passano da 454 del terzo trimestre 2008 a 433 del secondo trimestre 2017) dovuta soprattutto alla crescita del part-time. Due elementi possono chiarire meglio.

In Italia l’incidenza dei lavoratori part time sul totale degli occupati è più che doppia rispetto alla media europea; ma soprattutto, il part time involontario incide sul totale degli occupati nel nostro Paese dell’11,8%, contro il 5,3% dell’Ue. Ciò si aggiunge all’incremento delle attivazioni a termine ed alla riduzione delle loro durata media, tale che, nonostante il numero di lavoratori coinvolti sia aumentato di 100mila unità (quindi segnando un’estensione della precarietà) è aumentato anche il numero medio di attivazioni per lavoratore, passando da 2,9 a 3,5 (mostrando una intensificazione della precarietà).

Ora, si nota che man mano che aumentano i rapporti di lavoro per lavoratore, diminuiscono i “tassi di sopravvivenza” e di “saturazione”, cioè diminuisce sia la quota di lavoratori che dopo un anno dalla data di attivazione del rapporto di lavoro risultano ancora occupati, sia la percentuale di giornate in cui il lavoratore ha un contratto attivo nell’arco dell’anno. Detta altrimenti, quanto più un lavoratore è costretto alla precarietà e ad accettare più contratti, tanto più rischia di rimanere disoccupato e di lavorare meno. Alla faccia di quanti in questi anni hanno parlato di giovani choosy(Fornero), di monotonia del posto fisso (Monti); di quelli che hanno paragonato chi chiede tutele del posto di lavoro a chi, volendo “prendere un iPhone, dice: dove metto il gettone del telefono?” (Renzi) e che per questo ha approvato le peggiori riforme del lavoro almeno degli ultimi trent’anni insieme a chi oggi è uscito dal Pd per ricostruirsi una biografia politica (Bersani, D’Alema, Speranza).

Un fallimento, per chi?

Si diceva, all’inizio, del fallimento delle politiche e delle riforme del lavoro che hanno portato a questa situazione di precarietà ed impoverimento strutturale e consolidato del lavoro e dei lavoratori. Ma in conclusione bisogna essere più precisi. Il fallimento è solo rispetto alla verbosità imbonitrice della propaganda neoliberista, che pure ha un suo ruolo nell’esercizio del dominio delle classi dirigenti e privilegiate. Per queste ultime, invece, concretamente, la situazione attuale non ha fatto altro che aumentare il loro peso nei rapporti di forza contro i lavoratori. Insomma, un successo, invece, per la classe padronale, rispetto alla quale l’attuale ceto politico dirigente svolge un ruolo rappresentativo ed esecutivo. Il lavoro è perciò di fronte ad un suo indebolimento prodotto scientemente con le riforme (particolarmente Fornero e Jobs act), alla sua precarizzazione, alla cancellazione dei diritti. Lo stesso aumento del Pil a cui si faceva riferimento all’inizio, si basa sulla crescente estensione ed intensificazione della precarietà, cioè del lavoro non tutelato e malpagato. Un Pil che si regge sull’impoverimento dei lavoratori che intanto fa crescere i profitti di pochi.

Evidentemente, per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone, non c’è alternativa al recupero di potere alle classi sociali più deboli e dei diritti in tutti i campi della vita, e prima di tutto dove si produce lo sfruttamento, cioè nei luoghi di lavoro.

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Uno studio dimostra che fu l’austerità a facilitare l’ascesa dei Nazisti al potere

nazi

Come riportato da Vox, secondo un recente studio di storici dell’economia esiste una correlazione statistica forte e diretta tra le misure di austerità di Bruning tra il 1930 e 1932 in Germania e l’ascesa al potere del nazismo. L’austerità aiuta colmare le lacune delle tesi classiche sull’affermazione del nazismo, anche se, a detta degli stessi autori, non fu certamente l’unica causa. Questo studio rappresenta comunque un avvertimento per la situazione  attuale dell’eurozona:  a parità di condizioni, l’austerità favorisce il successo di politiche radicali di destra . 

di Dylan Matthews, 12 dicembre 2017

Migliaia di storici, economisti, sociologi e altri ricercatori hanno trascorso più di 80 anni cercando di dare un senso all’improvvisa ascesa al potere del partito nazista.

La spiegazione standard è che gli elettori tedeschi si riversarono sul partito nel 1932 e nel 1933 in risposta alle sofferenze della Grande Depressione, alla quale i partiti convenzionali non riuscirono a porre fine. Ma altri hanno cercato di spiegare il colpo di stato di Hitler, in tutto o in parte, facendo riferimento all’ossessione della cultura tedesca per l’ordine e l’autorità, a secoli di virulento antisemitismo tedesco e alla popolarità delle associazioni locali come quelle dei veterani, i circoli di scacchi e di canto corale che i nazisti usarono per facilitare il reclutamento.

Un nuovo articolo di un gruppo di storici dell’economia si concentra su un altro colpevole: l’austerità, e in particolare il pacchetto di duri tagli alle spese e di aumenti delle tasse che il cancelliere conservatore tedesco Heinrich Brüning promulgò tra il 1930 e il 1932.

Nel documento, pubblicato dall’Ufficio Nazionale di Ricerca Economica, Gregori Galofré-Vilà dell’Università Bocconi, Christopher M. Meissner della UC Davis, Martin McKee della London School of Hygiene & Tropical Medicine e David Stuckler della Bocconi chiariscono come essi non ritengano che l’austerità possa spiegare tutto. È un fattore in mezzo a molti altri. Ma pensano che l’austerità aiuti a colmare le lacune della narrazione tradizionale sull’ascesa dei nazisti incentrata sulla Grande Depressione.

C’è un vuoto da colmare nella classica tesi secondo cui la Grande Depressione spiega l’ascesa del nazismo: anche molti altri paesi hanno sofferto durante la Depressione, senza sprofondare in dittature totalitarie.

Durante gli anni ’20 non vi erano differenze sostanziali nell’andamento dell’economia  delle nazioni che, a metà degli anni ’30, erano regimi democratici o dittature“, osservano gli autori. “La profondità della depressione in Germania fu solo leggermente maggiore rispetto a quanto accadde in Francia o nei Paesi Bassi, mentre in Austria (e in altre nazioni dell’Europa orientale) e negli Stati Uniti fu anche peggiore “. Tra questi paesi, anche l’Austria vide  l’ascesa al potere di una dittatura di estrema destra, sotto Engelbert Dollfuss, nel 1932. Ma la Francia, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti non videro andare al governo partiti di estrema destra.

Anche il fatto che i disoccupati non erano particolarmente propensi a votare per i nazisti  risulta problematico ai fini di una spiegazione economica più semplicistica. Gli autori citano valanghe di ricerche che dimostrano che i disoccupati erano più propensi a votare per i comunisti o i socialdemocratici. “Non è che Hitler non abbia cercato di appellarsi alle masse di disoccupati”, notano, “anzi il Partito Comunista era percepito come il partito che tradizionalmente rappresentava gli interessi dei lavoratori“.

Un fattore squisitamente tedesco che potrebbe aiutare a spiegare l’ascesa dei nazisti sono le dure riparazioni di guerra, pari al 260% del PIL della Germania nel 1913, che i vincitori della Prima Guerra Mondiale imposero col Trattato di Versailles. Già nel 1920, John Maynard Keynes avvertiva che la sofferenza economica causata dal costringere la Germania a pagare quel debito poteva portare all’ascesa di una dittatura.

Ma gli autori osservano che il debito della Germania per lo più non fu ripagato; il Presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover annunciò una moratoria sui pagamenti nel 1931, che infine furono sospesi dagli Alleati alla Conferenza di Losanna nel 1932. Gli autori non rigettano l’idea che le riparazioni abbiano avuto un ruolo, in particolare dopo che Brüning, nel suo ruolo di cancelliere, denunciò pubblicamente il sistema delle riparazioni nel 1931, cosa che indusse i mercati internazionali dei capitali a temere che la Germania non avrebbe rimborsato i suoi debiti, e rese più difficile per il paese l’accesso al credito. Gli autori semplicemente non pensano che le riparazioni, e la stessa Grande Depressione, siano spiegazioni sufficienti.

È qui che entra in gioco l’austerità. La portata dei tagli che Brüning attuò dal 1930 al 1932 è davvero sbalorditiva. Gli autori stimano che tra il 1930 e il 1932 Brüning tagliò le spese del governo tedesco di circa il 15%, al netto dell’inflazione. Alzò le imposte sul reddito in media del 10% per i percettori di redditi più alti e tagliò le indennità di disoccupazione, le pensioni e le prestazioni sociali.

Le conseguenze economiche furono terribili. Il PIL diminuì del 15%, così come le entrate del governo. La disoccupazione aumentò dal 22,7% al 43,8%. Brüning divenne famoso come il “Cancelliere della fame”.

Sebbene la Germania non sia stata l’unico paese colpito dalla Depressione, è stato l’unico grande paese ad attuare misure di austerità prolungate e profonde“, scrivono gli autori. La Gran Bretagna, al contrario, durante questo periodo in realtà aumentò la spesa pubblica.

Galofré-Vilà, Meissner, McKee e Stuckler non sono certo i primi a collegare le sofferenze causate dall’austerità all’ascesa dei nazisti, ma sono tra i pochi ad aver provato a quantificarne l’effetto. Per prima cosa stimano il livello di austerità in ogni stato e distretto tedesco utilizzando l’aliquota fiscale media di ciascuna area locale. Mentre il governo di Brüning aumentava le imposte sul reddito a livello generale, la maggior parte delle imposte sul reddito erano locali, quindi gli aumenti delle tasse federali provocarono inasprimenti fiscali di dimensioni differenti in aree differenti. E, secondo gli autori, le aree che hanno visto gli aumenti più consistenti nelle aliquote fiscali medie hanno anche registrato la maggior quota di voti al partito nazista nelle elezioni del luglio 1932, del novembre 1932 e del marzo del 1933.

Gli autori trovano risultati simili anche se si considera l’austerità dal punto di vista dei tagli alla spesa pubblica statale e locale, oppure combinando sia i tagli alla spesa che le variazioni nelle aliquote fiscali o salariali. “Indipendentemente da come misuriamo l’austerità, la stima del nesso tra l’austerità e il voto ai nazisti è positiva e statisticamente significativa nella maggior parte dei modelli, considerando le diverse elezioni tra il 1930 e il 1933“, concludono.

Secondo le stime, un aumento dell’1% dei tagli alla spesa è associato a un aumento di 1,825 punti percentuali nella quota parte di voti andati ai nazisti. I risultati sono ancora più robusti se si considerano solo i tagli alle pensioni elargite dalle municipalità locali, al sostegno alla disoccupazione e all’assistenza sanitaria e reggono anche se si usa come variabile dipendente l’appartenenza al partito nazista, piuttosto che la quota parte di voto ai nazisti.

Al limite massimo di questi valori percentuali“, scrivono gli autori, “è plausibile sostenere che i nazisti non sarebbero mai riusciti a prendere il potere nel marzo 1933, dal momento che ciò avrebbe richiesto ai partner della coalizione di arrivare all’11% dei voti“. In realtà, dopo le elezioni di marzo (durante le quali Hitler era già Cancelliere) i nazisti mantennero la loro coalizione con il Partito Popolare Nazionale Tedesco (Deutschnationale Volkspartei, o DNVP), che controllava circa l’8% dei voti nel Reichstag.

La differenza tra l’8% e l’11% necessario per avere la maggioranza nel Reichstag potrebbe non sembrare molto grande. E, certamente, è possibile che Hitler sarebbe stato in grado di mantenere il cancellierato anche se avesse avuto un numero leggermente inferiore di seggi al Reichstag. La sua ascesa al potere non fu puramente elettorale: l’elezione del 1933 fu caratterizzata da diffuse intimidazioni violente da parte delle milizie naziste, rivolte in particolare ai socialdemocratici e ai comunisti.

Al momento dell’elezione, il Presidente tedesco Paul von Hindenburg aveva già emanato il “decreto dell’incendio del Reichstag“, dando a Hitler vasti poteri per sopprimere il dissenso. Alla fine Hitler avrebbe usato quei poteri per arrestare tutti i comunisti e alcuni membri socialdemocratici del Reichstag, permettendo, dopo poche settimane dalle elezioni, l’approvazione del “decreto dei pieni poteri” e lo sprofondamento totale della Germania nella dittatura. Forse Hitler avrebbe potuto usare gli stessi poteri per prendere il controllo dello stato tedesco anche con meno voti.

Ma i risultati sono nondimeno un promemoria di quanto fosse traballante la coalizione parlamentare di Hitler, e di come un’oscillazione di pochi punti percentuali nel voto avrebbe potuto minacciare di porre fine al suo mandato di cancelliere a meno di due mesi dal suo inizio.

Quindi perché furono i nazisti, piuttosto che i comunisti o i socialdemocratici, a beneficiare del fervore anti-austerità? Bene, per prima cosa, i socialdemocratici erano l’alleato di minoranza del Partito di Centro di Brüning nella coalizione di governo, e di conseguenza furono puniti per le sofferenze dell’austerità. I comunisti raccolsero molti voti, in particolare tra i disoccupati e le classi lavoratrici, nello stesso periodo in cui i nazisti stavano crescendo.

Sebbene gli autori non diano una risposta definitiva, notano che i nazisti proponevano una piattaforma anti-austerità, complementare ai loro temi ipernazionalisti e antisemitici. Promisero agevolazioni fiscali, per “mantenere il sistema di previdenza sociale”, per assicurare “una generosa espansione del sostegno agli anziani” e per espandere gli investimenti nelle rete stradale.

Ciò non scatenò il sostegno ai nazisti tra i disoccupati e le classi inferiori, che invece si riversarono sui comunisti. Ma ebbe risonanza, scrivono gli autori, “tra le classi medio-alte che, pur nella profondità della Depressione (ovvero, dopo aver tenuto sotto controllo i livelli di produzione e occupazione) avevano ancora qualcosa da perdere.” Inoltre, questi segmenti di classe media avrebbero potuto risentire del fatto che dopo l’austerità le prestazioni sociali ai poveri e ai disoccupati venissero ancora drasticamente ridotte. Anche le classi medie e alte stavano soffrendo, senza molto sostegno da parte del governo. I nazisti promisero loro di cambiare tutto questo.

Come chiarisce lo studio, l’austerità è un fattore tra i molti e non è la causa principale dell’ondata di sostegno ai nazisti. Le grandezze delle stime degli autori non sono così alte. E generalizzando a partire dal caso tedesco, il consenso per i movimenti radicali di destra al giorno d’oggi a volte nasce da una profonda austerità, ma a volte no. La depressione in Grecia e i duri pacchetti di austerità hanno aiutato l’ascesa del partito apertamente neo-nazista Alba Dorata, mentre la Spagna, che pure ha sofferto di austerità per anni, non ha avuto attività di estrema destra di cui parlare.

Intanto, gli Stati Uniti sono l’unico grande paese occidentale degli ultimi dieci anni ad avere un capo di governo populista di destra, un capo di governo eletto a seguito di misure di austerità come il sequestro la restituzione dei tagli fiscali di Bush che erano, in prospettiva internazionale, piuttosto miti.

Ma il documento è comunque un avvertimento che l’austerità potrebbe, a parità di condizioni, rendere più facile il successo di una politica radicale di destra. Potrebbe non essere una condizione sufficiente o addirittura necessaria. Eppure è un fattore che vale la pena esaminare più attentamente.

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La “locomotiva d’Europa”?

germaniapovertà

di Fabrizio Poggi

Viaggio nella Germania dei senzatetto e dei minijob

Secondo i volontari di “Die Tafeln”, sta aumentando drammaticamente il numero di pensionati che si rivolgono all’organizzazione per ricevere prodotti alimentari gratuiti. Almeno uno su quattro di tutti coloro che ricorrono all’aiuto di “Die Tafeln” è pensionato: si tratterebbe di circa 350.000 anziani. Il presidente della Confederazione federale dei Tafeln, Jochen Brühl, afferma che il numero di anziani poveri è raddoppiato in Germania negli ultimi dieci anni, di pari passo con l’impoverimento generale. Brühl parla di milioni di tedeschi considerati poveri o, quantomeno, di persone in situazione di “povertà relativa”.

Nell’Unione europea, si legge sul sito web di “Die Tafeln”, è considerato povero chi guadagna meno del 60% della media nazionale e in Germania è una cifra di circa 930 euro. “Ho in mente una vedova di 75 anni della Germania meridionale” dice Brühl in un intervista a Der Spiegel, che per “non essere di peso ai suoi quattro figli, vive con una piccola pensione e la arrotonda con vari lavori di pulizia”: i cosiddetti “minijob”, in cui già tre o quattro anni fa erano impegnate 137.000 persone di età superiore ai 74 anni e quasi 830.000 di almeno 65 anni. Secondo le cifre ufficiali governative, nel 2016 erano circa 765.000 le persone occupate con un “mini lavoro” e Neues Deutschland scriveva pochi mesi fa che nei minijobs sono occupati sempre più anziani.

Secondo uno studio della Fondazione Bertelsmann, la povertà della popolazione anziana non potrà che aumentare da qui al 2036 e interesserà un 67enne su cinque: particolarmente a rischio donne single, persone senza formazione professionale e disoccupati di lunga data. Secondo la presidente dell’organizzazione solidaristica VdK, Ulrike Mascher, un grosso peso è rappresentato dalle alte spese di alloggio, che incidono particolarmente sulle pensioni, a fronte di una forte carenza di edilizia sociale.

A questo proposito, ancora Der Spiegel scrive delle centinaia di migliaia di senzatetto, con una tendenza all’aumento del numero di persone che non hanno dove vivere. Secondo le cifre ufficiali del “BAG W”, nel 2016 il numero di senzatetto era di circa 860.000 persone, con una crescita del 150% rispetto al 2014 e si prevede che supererà il milione e duecentomila entro il 2018. Delle 860.000, almeno 52.000 persone sono state costrette a dormire in strada e le altre hanno trovato soluzioni di fortuna presso conoscenti, strutture assistenziali o dormitori allestiti dalle amministrazioni cittadine per la sola stagione invernale. Un’alta percentuale (oltre il 50%) di senzatetto è costituita da profughi o da cittadini di paesi dell’Europa orientale: sul modello, potremmo aggiungere, degli oltre 100.000 ucraini che, secondo il giornalista Ruslan Kotsaba di PolitNavigator, difficilmente faranno ritorno in patria. Secondo Kotsaba, nei primi sei mesi del 2017, 355.000 ucraini sono espatriati nei paesi UE senza necessità di visto e il 30% di essi ha già prolungato il termine di 90 giorni di soggiorno nei paesi dell’area Schengen: per la maggior parte in Germania, Polonia, Rep. Ceca, Italia, Gran Bretagna, Francia.

Spesso, alla base della perdita dell’alloggio, afferma Warena Rosenke, portavoce del “BAG W”, ci sono “problemi individuali: divorzio, perdita del lavoro, indebitamenti. Tuttavia, i fattori decisivi sono generali e strutturali e il problema principale è che non esistono alloggi a prezzi accessibili”.

Il numero di “alloggi sociali si è notevolmente ridotto negli ultimi anni: lo Stato ha venduto a investitori privati gli appartamenti sovvenzionati dal governo e gli affitti sul mercato libero” hanno avuto una rapida impennata, così che gli alloggi “sono semplicemente troppo costosi per moltissime persone”. Inoltre, continua Warena Rosenke, sebbene “il numero di disoccupati sia relativamente basso”, cresce costantemente la percentuale di “working poor”, lavoratori poveri: persone che lavorano, ma guadagnano così poco da non riuscire a vivere, per non parlare di pagare affitti costosi”.

A monte, c’è la diminuzione del 7,3% nel 2017 “del numero di permessi di costruzione per appartamenti” e, specialmente nelle aree urbane, “c’è una competizione spietata nel mercato immobiliare”, tanto che anche la “tipica famiglia della classe media ha difficoltà a trovare un appartamento e le persone povere o disoccupate non hanno quasi nessuna possibilità contro tale concorrenza”. Nella stessa Berlino c’è “una drammatica carenza di alloggi a prezzi accessibili”, afferma Regina Kneiding, portavoce del Dipartimento per l’integrazione, il lavoro e gli affari sociali del Senato cittadino e tutti quei lavoratori incatenati a un’occupazione precaria o i destinatari di “Aufstocker” e Hartz IV si trovano in situazioni particolarmente difficili”. Inoltre, “lo stato si assume i costi di affitto solo fino a un certo importo. Se l’affitto aumenta, l’inquilino deve cercare un appartamento più economico o pagare la differenza dal suo budget già ristretto”.

Dunque, una “società chiusa”, scrive Michael Merz su Die junge Welt; un “povero paese ricco”, in cui qualcuno “crede ancora nella fiaba del paese tanto ricco, dove i senzatetto tirano fuori i loro sacchi a pelo tra le scintillanti vetrine dei negozi”, mentre i “consumatori – si chiama così la parte della popolazione tedesca, che può spendere oltre i bisogni di vita e di affitto – diventano di moda proprio verso il fine anno”. Un paese in cui “le entrate fiscali portano il governo a piangere di gioia”.

Il tesoro “ha fatto il pieno” scrive Merz, ma oltre “3 milioni di persone non possono tirare avanti con un solo lavoro e hanno bisogno di almeno una seconda occupazione”. E le cassiere nei negozi, soprattutto in questo periodo di fine anno, “non hanno nemmeno un giorno di riposo. Il numero di salariati costretti a lavorare di domenica e nelle feste è aumentato di tre milioni in 20 anni, arrivando a poco meno di 9,3 milioni l’anno scorso”. Un “povero paese ricco”, dunque, in cui il 10% si intasca il 40% del reddito nazionale, mentre “la metà inferiore della popolazione, appena il 17%”.

E infatti, scriveva Susan Bonath, sempre su Die junge Welt, secondo la relazione federale su povertà e ricchezza, due anni fa la metà più povera della Germania possedeva solo l’1% del totale della ricchezza. Il 40% dei lavoratori dipendenti riceveva un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Secondo le più recenti indagini di associazioni sociali, circa il 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza”.

La “locomotiva d’Europa”.

Pubblicato su L’Antidiplomatico.

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Il neofascismo è un batterio di laboratorio.

 

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E infine, non meno importante, la Cgil deve svegliarsi e non lasciare che siano altri ad appropriarsi della difesa di pensioni, salario e diritti.

Questa è l’unica frase che mi ha pienamente convinto di un articolo apparso sul giornale on-line la Città futura (2018: una tessera antifascista per la Cgil. Le organizzazioni neofasciste attaccano la Cgil. La risposta deve essere all’altezza).

L’articolo prende spunto dai recenti casi di attacco diretto alla CGIL da parte di gruppuscoli neofascisti genovesi, e la invita a mettersi alla testa di un fronte antifascista:

La Cgil deve essere un presidio di democrazia in questo paese, insieme alle associazioni e ai movimenti antifascisti, proprio perché da sempre il principale obiettivo dei fascisti è stato il movimento dei lavoratori. La Cgil deve mobilitare il mondo del lavoro nelle piazze, nelle scuole, nei posti di lavoro.

La chiave di lettura del fenomeno odierno risente fortemente dell’esperienza di quasi cent’anni fa: il movimento operaio e le sue organizzazioni sono sotto attacco delle squadracce fasciste col beneplacito dello stato. L’articolo chiama a

un impegno costante a vigilare sui media, denunciando quelli che concedono loro uno spazio improprio, alludendo a una narrazione distorta sul loro “impegno sociale” nelle periferie, che finisce per sdoganarle anche nell’immaginario collettivo. E un impegno anche maggiore sulle forze dell’ordine, al cui interno non soltanto si tollera ma si alimenta quella cultura neofascista. E una denuncia ferma alle istituzioni, a partire da quelle nazionali, perché si assumano la responsabilità del clima che si è creato nel paese. Un ministro come Minniti, responsabile di una gestione autoritaria e repressiva dell’ordine pubblico e della questione migranti

e poi

I fascisti non possono sentirsi in diritto di entrare nelle nostre sedi. Se alzano la testa è perché viene loro concesso, dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dai media appunto. Noi non dobbiamo essere tra quelli che glielo permettono.

Ripeto: è una chiave di lettura vecchia e perdente, basata sui classici impeti emotivi della sinistra occidentale e italiana in particolare e non su una analisi il più possibile obiettiva della realtà. La realtà attuale è ben diversa da quella di cent’anni fa. E la differenza fondamentale è che oggi il capitale pensa (probabilmente a ragione) di poter governare direttamente le masse e i processi che le “agiscono” attraverso il diretto controllo dello stato e dei moderni mezzi di comunicazione (manipolazione) di massa. In questo quadro dominato dalle multinazionali internazionali, dalla grande finanza, e da una rinascita in grande stile della competizione colonialista, i gruppuscoli fascisti hanno certamente un ruolo, ma non hanno e non avranno mai la forza di condizionare l’agenda del capitale, come è successo nell’Europa degli anni Venti-Trenta. Oggi il loro ruolo è quello di provocare risposte condizionate nella sinistra, reazioni automatiche scarsamente ponderate. Tocchi il tasto giusto e, tac, ecco la reazione.

La posta in gioco è l’impermeabilità della democrazia liberale, la chiusura dello spazio politico per chi non riconosce le fondamenta liberali/liberiste della rappresentanza politica, tanto nazionale quanto europea. Il neofascismo è il grimaldello, ma utilizzato in forma diversa da come è stato utilizzato nel Novecento. Se nel primo Novecento è servito alla repressione delle classi popolari … nel XXI secolo questo serve alla legittimazione retrospettiva della democrazia liberale quale unico ambito politico della ragionevolezza. Anche gli argomenti per combatterlo vanno dunque calibrati in tal senso … . (tratto da militant-blog.org)

Se io ho ragione, il fenomeno neofascista attuale in Italia, per certi versi artatamente inoculato, ha la funzione di continuare a distrarre l’articolata area di sinistra dal suo obiettivo prioritario, la difesa del mondo del lavoro e dei suoi interessi, tenendola impegnata nella “lotta” diretta contro il neofascismo. E infatti, assistiamo a una sinistra radicale che invece di dedicarsi prioritariamente a lottare per la bonifica dell’ambiente in cui prolifica il batterio fascista (le politiche austeritarie e neoliberiste, le politiche di immigrazione incontrollata, la rinuncia da parte dello stato alla sovranità economica e politica, il pubblico ludibrio a cui è sottoposta l’idea di interesse nazionale o il sentimento di un sano patriottismo) chiede alla CGIL di mettersi a capo di un fronte antifascista isolato, sproporzionato, fuori dal tempo, eterocondotto, e in buona sostanza dannoso.

RepubblicaFascistiPaura

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E ora, pubblicità!

di Sandro Arcais

La dissimulazione è la cifra del governo neoliberista occidentale moderno. La pubblicità è la palestra in cui le multinazionali si sono allenate per decenni alle tecniche di manipolazione di massa, e da una quarantina di anni a questa parte è il loro strumento principe, ora che determinano sempre più direttamente le decisioni degli stati nazionali, per tenere distratti i popoli occidentali mentre li si impoverisce, li si precarizza e li si avvicina all’incubo di un conflitto annichilente con la Russia.

Quindi la pubblicità è roba molto seria, ed è bene conoscerne il sorriso

Sorriso

e il grugno.

squalo

La pubblicità ha la funzione fondamentale di stimolare la domanda e di incrementare i consumi. Ma ha soprattutto la funzione, in una economia mondiale dominata dalle multinazionali, di rendere possibile e immaginabile il sogno di qualsiasi amministratore delegato (e di qualsiasi pubblicitario): fare un unico film pubblicitario (e un unico prodotto) per un pubblico omologato e indifferenziato.

A questo scopo, l’uniformizzazione dei consumi, degli stili, dei gusti, ecc., la pubblicità (a braccetto col sistema militare) si serve (e controlla) anche l’altro diffusore di sogni, fantasie e illusioni collettivi: il cinema.

Ma sempre più spesso è la pubblicità stessa, soprattutto quella di grandi marche, a farsi apripista di nuovi modelli di organizzazione sociale: per esempio, un nuovo tipo di famiglia in cui il maschile è totalmente eclissato, e i figli e la madre competono per lo stesso oggetto sessuale, un bambolo gonfiabile animato

La pubblicità controlla quindi tutti i mezzi di comunicazione di massa, e questi ultimi controllano noi. Il risultato è un controllo e una organizzazione sempre più pervasiva e generalizzata degli stili di vita delle società occidentali e, in prospettiva neanche tanto lontana, mondiali

Per ottenere questo risultato l’azione dei pubblicitari è sistematica e lungimirante e può basarsi su risorse praticamente illimitate (che alla fin fine pagano i consumatori stessi, vale a dire i destinatari dell’azione di controllo)

e anche la diffusione dei mezzi di comunicazione portatili e di internet fa la sua parte, soprattutto nei paesi poco sviluppati (“toglietemi tutto, tranne il mio smartphone”)

La verità è che il capitalismo globalista neoliberale delle grandi multinazionali alleate del complesso militare statunitense (il loro braccio armato), come il nazismo, non si accontenta di dominare i popoli col debito, e di forzarli così ad accettare tutte le loro ricette economiche frutto della loro razionalità interessata e psicopatica

Diseguaglianza

ma li vuole convinti credenti dell’unica religione del mercato, la religione delle “tre C”: Competi, Consuma, Crepa (e togliti dalle palle il prima possibile). Ecco perché la penetrazione dei media commerciale e della pubblicità di cui devono farsi veicoli è così importante:

L’unica differenza tra nazismo e capitalismo neoliberista (o neoliberale) è che il primo perseguiva il dominio totale con l’obiettivo di trasformare in realtà un’idea, il capitalismo neoliberista, al contrario, non ha un’idea forte dietro cui mobilitare le masse, non ha un sogno millenario “degno” di impegno, sofferenza e sacrificio. Ha solo la sua fredda razionalità anempatica e il suo calcolo economico, il suo impulso coattivo ad accumulare ricchezza e potere, il suo mazzo di carte truccato da distribuire ai giocatori compulsivi per l’ennesima partita a poker, il suo ring dove tutti concorrono contro tutti, pesi mosca contro pesi medi, massimi contro welter. E dosi sempre più massicce di inganno e manipolazione.

 

Le clip di Glauco Benigni sono estratte da una serie di video che documentano il suo ciclo di conferenza sulla Global Communication tenute nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Roma 3

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