Sono un complottista. E me ne vanto.

Nel gennaio del 1967, i capi della CIA sono preoccupati: la percentuale di americani che non credono alla versione ufficiale in merito all’assassinio di J.F. Kennedy sono in crescita e rischiano di diventare presto la maggioranza. Questa tendenza nell’opinione pubblica

è fonte di preoccupazione per il governo degli Stati Uniti, inclusa la nostra organizzazione [la CIA]. (vedi qui)

Le stesse indagini hanno anche rivelato che sempre più americani pensano che «la commissione [Warren] ha lasciato alcune questioni irrisolte» (sempre qui). Anche di questo i capi della CIA sono preoccupati. Infatti, secondo loro,

gli sforzi per mettere in discussione la loro [dei componenti della commissione Warren] rettitudine e saggezza tende a gettare dubbi su tutta la classe dirigente della società americana. (idem)

Detto per inciso: tra questi saggi e retti componenti la commissione era anche Allen Dulles, per 8 anni direttore della CIA e destituito proprio da Kennedy per totale incompatibilità della sua gestione dell’agenzia con i progetti kennediani di fine della guerra fredda.

I grandi capi della CIA pensano dunque che sia giunto il momento che la classe dirigente della società americana si stringa a coorte e passi al contrattacco. Il piano è stilato in un documento interno di istruzioni (che potete trovare qui) il cui obiettivo dichiarato è

fornire materiale che contrasti e discrediti le affermazioni di coloro che teorizzano una cospirazione.

La domanda che si impone a questo punto è: per chi lavora(va) la CIA? Chi difende(va)? Lo affermano loro stessi: la classe dirigente della società americana.

Vi sembra normale?

A me no.

Ma cambiamo scenario.

Italia, seconda metà degli anni Settanta. Il partito comunista è in crescita e Aldo Moro porta avanti la sua strategia tesa a coinvolgere quel partito nel governo del paese. Gli “alleati” dell’Italia sono preoccupati. Soprattutto gli inglesi. In apparenza e in superficie, gli inglesi sono preoccupati dall’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni, in realtà la loro preoccupazione deriva dalla “ostinazione” di Aldo Moro nel perseguire una linea che rafforzerebbe e stabilizzerebbe la situazione politica italiana e, e qui sta la reale paura degli inglesi, darebbe più forza alla politica mediterranea, terzomondista e filoaraba portata avanti da Moro.

Esiste un libro che dovreste leggere e che ha il grande pregio di essere completamente basato su documenti desecretati inglesi: Il golpe inglese, di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino. Scoprireste come gli inglesi si fanno promotori di un pressing nei confronti di americani, francesi e tedeschi per impedire in tutti i modi la realizzazione dei progetti di Aldo Moro, arrivando a contemplare persino la possibilità del colpo di stato. E scoprireste anche che quando i tre degni compari respingono l’ipotesi, gli inglesi passano alla progettazione di una «diversa azione sovversiva». Scrivono i due autori in proposito:

Quale? La creazione di un clima di violenza? Una serie di attentati? Un omicidio politico? E puntando su quali forze? quelle già esistenti in Italia, magari Autonomia operaia e Brigate rosse, che facevano da tempo parte del progetto del «partito armato» di Feltrinelli? Questo punto del documento è oscurato.

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Ci sono aspetti ben documentati e provati della storia italiana recente in cui emerge il ruolo di primo piano giocato da agenzie straniere di manipolazione della pubblica opinione e della cultura e di destabilizzazione della società e della normale dialettica democratica in tutta una serie di passaggi strategici. Pochi coraggiosi storici e giornalisti si sono impegnati nella sua piena ricostruzione, forse anche perché occuparsene significa condannarsi all’isolamento e a subire le stigmate del “complottista”.

Nel documento della CIA citato in apertura, viene suggerito prima di tutto il silenzio, se la discussione sull’assassinio di Kennedy non è già stata iniziata. In presenza di discussione, vengono date precise istruzioni ai funzionari su quali argomenti adottare per discreditare i critici delle conclusioni della commissione Warren (e tali argomenti avrebbero dovuti essere suggeriti ai “contatti“, ovvero “politici e giornalisti” amici):

Il nostro piano dovrebbe mettere in evidenza, se del caso, che i critici (I) hanno abbracciato le teorie adottate prima che ci fossero le prove, (II) sono politicamente interessati, (III) sono finanziariamente interessati, (IV) sono affrettati e imprecisi nella loro ricerca, o ( V) infatuati delle proprie teorie.

Come si vede il target è sempre la persona, mai i suoi argomenti. Mai fare l’errore di accettare di ragionare su argomenti e fatti. L’uso del termine “complottista” come una clava, come una parolina magica che irretisce e paralizza il cervello delle persone, che blocca le perplessità, che non fa vedere le smagliature in una versione ufficiale, che ha fatto letteralmente piazza pulita della sana arte del sospetto quando hai a che fare con il potere, questo uso è frutto di un progetto che altro non è se non manipolazione e condizionamento mentale consentito dal sempre più pervasivo controllo dei media da parte delle agenzie di intelligence angloamericane.

Nel video che segue un illuminante esempio dell’uso dell’appellativo “complottista” per bloccare l’avversario. Il giornalista americano in Italia Alan Friedman, quello che ha svelato il golpe di velluto guidato da Napolitano per destituire Berlusconi, dopo aver parlato per due minuti di un complotto (che sia vero o presunto non è qui in questione), dà del “complottista” a Giulietto Chiesa che argomenta contro la sua ricostruzione dei fatti (3m:5s):

 

Evidentemente i complotti sono sempre quelli degli altri.

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E quando non abbiamo a disposizione documenti ufficiali? Come possiamo stabilire la verità dei fatti e il ruolo dei vari attori?

Semplice.

Non li possiamo ricostruire.

Ma del resto, non siamo dei giudici in un tribunale. Non dobbiamo assolvere o condannare nessuno. Siamo molto di più: siamo dei cittadini che si muovono in un mondo complesso in cui tutti i “mezzi di produzione della realtà” sono in mano a grandi corporation e a grandi centrali di controllo che hanno come scopo principale quello di difendere la classe dirigente della società americana (e del loro impero). Noi cittadini non abbiamo bisogno di documenti che potremmo avere (se mai li avremo) da qui a trent’anni, abbiamo bisogno piuttosto (I) di imparare dal passato e dalla storia, (II) di diventare abili nell’unire i puntini (i fatti) e vedere il disegno che viene fuori e (III) del coraggio, della forza, della saggezza e della pazienza per non chiudere gli occhi di fronte al “mondo grande e terribile” che il disegno rivela.

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2 risposte a Sono un complottista. E me ne vanto.

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