“C’è il debito pubblico”. Ah beh … allora …

Due sono le parole magiche usate dalle blatte neoliberiste per irretire gli uomini. Una è “complottista”, e ne ho detto qui, l’altra è “il debito pubblico”.

Tutte le rabbie si spengono, tutti gli impulsi di ribellione svaniscono, tutte le resistenze cadono alla comparsa della parola magica: “il debito pubblico”. Se sei una persona ragionevole, come puoi non tenere conto del vincolo del debito pubblico? Se poi sei anche di sinistra o di centro sinistra come liberarsi di punto in bianco del passato in cui hai difeso “il rigore” contro quel pifferaio magico illusionista di Berlusconi? Non sarebbe coerente!

La magia de “il debito pubblico” è potente, e costringe le persone ad accettare, anche loro malgrado, provvedimenti e situazioni nonostante la loro esperienza gli dica che gli stanno facendo male. Ma la sua potenza non si esaurisce qui. Infatti, dal momento che la rabbia e la frustrazione, lasciate a fermentare dentro, non fanno buon sangue e devono dunque trovare uno sfogo e un bersaglio, lo trovano nei “privilegiati”, vale a dire in chi ancora gode di quei diritti che erano una normalità sino a una trentina di anni fa e ora sono una chimera: un lavoro buono e sicuro, un salario decente, una pensione dignitosa. È la guerra tra poveri: costringi dieci cani in una gabbia, lascia solo sette ossi, il risultato sarà la guerra tra i dieci cani per accaparrarsi un osso (e tre cani senza osso). Ecco, quella gabbia per noi, è la convinzione (l’incantesimo che ci irretisce) che il debito pubblico sia veramente un problema tale che giustifichi l’impoverimento delle persone e la distruzione dell’economia di uno stato un tempo ricco e dinamico.

È giunto dunque il tempo di cominciare a depotenziare questa parola magica.

Non è vero che il nostro debito pubblico sia insostenibile. Anche se ragioniamo con le categorie dei rigoristi il nostro debito è sostenibile. Basta non massacrarci i cosiddetti col mantra che in passato abbiamo vissuto al disopra delle nostre possibilità e guardare al futuro: se guardiamo alla sostenibilità del nostro debito in prospettiva futura (se cioè prendiamo in considerazione anche gli obblighi di pagamento futuri contratti dallo stato: pensioni e sanità) allora l’Italia sarebbe incredibilmente il Paese più virtuoso in Europa.

Voi direte: «eh sì, però, il debito attuale è tra i più alti».  «Va bene» dico io «ma altezza e insostenibilità del debito sono due cose diverse (vedi il Giappone). E sulla presunta insostenibilità del debito pubblico italiano (che stranamente a medio e lungo termine è il più sostenibile) si è giocata la losca partita politico-economica della fine del 2011 e degli inizi del 2012 e continua a basarsi l’attacco all’Italia da parte della Grande Alleanza della Finanza Internazionale che evidentemente ha individuato nell’Italia la vittima abbastanza ricca e debole a cui far pagare la montagna di aria fritta che (la GAdFI) ha in pancia.»

Il debito privato è una cosa, il debito pubblico è un’altra cosa. Non si possono confondere. Lo stato non è una azienda privata, e il fatto che te lo abbiano ripetuto all’infinito non cancella la realtà che solo gli stati che lo scelgono si trasformano in semplici aziende che prendono in prestito i soldi dalle banche. Altri (Gran Bretagna, USA, Giappone, Cina, Russia, ecc.) decidono (o meglio: hanno la forza) di non farlo, e rimangono stati. Quando uno stato è uno stato, non va ad elemosinare i soldi dalle banche private, ma usa la banca centrale per creare moneta dal nulla e immetterla nell’economia secondo quelli che sono i suoi progetti e le esigenze del sistema economico. L’Italia ha rinunciato a questa prerogativa nei primissimi anni Ottanta del secolo scorso (il famoso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia).

Non tutto il debito pubblico è debito vero. È necessario distinguere tra il debito che lo stato contrae con i privati (famiglie, assicurazioni, fondi) e quello che contrae con le istituzioni bancarie. Quest’ultimo è un debito figurativo, ovvero ha la stessa consistenza e natura del debito che un tempo lo stato contraeva con la Banca d’Italia o che attualmente lo stato britannico contrae con la Banca di Inghilterra. La differenza è che il ceto dirigente italiano ha scelto di cedere la sovranità monetaria ai mercati, ovvero di non governare più direttamente i propri governati ma di farlo indirettamente attraverso i vincoli esterni. Detto in altri termini: il ceto dirigente italiano (vale a dire tutto il mondo della grande finanza, della grande industria e della grande burocrazia statale) a un certo punto ha fatto i suoi conti e ha deciso che tra le due alternative, accettare il vincolo interno di una classe politica erede diretta della resistenza, sviluppista e incurante del debito pubblico e la sottomissione del paese a vincoli esterni e quindi ad agende e priorità provenienti dall’estero, quel ceto dirigente, dico, ha scelto la seconda alternativa, in coalizione con forze straniere si è sbarazzata del ceto politico della prima repubblica che faceva resistenza e infine ha legato l’Italia ai destini dell’euro. Ne discende che …

Il debito contratto con il sistema bancario europeo governato dalla BCE non è da restituire. Sarebbe come se il governatore della banca centrale giapponese si svegliasse una mattina, chiamasse il ministro del tesoro del governo giapponese e gli intimasse di restituire tutto il debito dello stato giapponese detenuto dalla BC del Giappone. O il simile per la banca centrale d’Inghilterra nei confronti del regno britannico. Ve la immaginate possibile una cosa del genere? Restituire il debito contratto col sistema bancario europeo significherebbe togliere la liquidità necessaria al sistema economico per portare avanti le transazioni, o, per usare un paragone calzante, togliere il sangue necessario alla circolazione di ossigeno e alimenti per le cellule di un essere vivente.

Il debito figurativo non è un problema: è necessario. Il debito figurativo è necessario a immettere la liquidità di cui il sistema economico ha bisogno. Se il sistema economico cresce, deve crescere la liquidità in circolazione nel sistema. Lo stato provvede a immettere tale liquidità nella forma di debito pubblico. Gli stati sovrani, alla bisogna, anche nella forma di debito contratto con la banca centrale, che è un proprio organo. Gli stati non-sovrani (come l’Italia) nella forma di un indebitamento con banche private (che però ricevono in prestito a tassi stracciati dalla BCE i soldi con cui acquistare quel debito). Oppure accettano di farsi strangolare approvando provvedimenti demenziali e masochisti come il fiscal compact.

Non è vero che il debito pubblico italiano è aumentato a causa della eccessiva spesa sociale. Quest’ultima si è mantenuta costantemente al disotto della media Ue. Il che significa che per pensioni, assistenza, indennità di disoccupazione l’Italia non ha mai speso più degli altri e che quindi non è vero che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. È vero invece che l’esplosione del debito avviene a seguito del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.

Il debito pubblico significa risparmio privato. Le economie capitalistiche moderne senza debito grippano. La maggior parte della moneta in circolazione in una economia capitalistica è moneta-debito creata dalle banche nel momento in cui fanno un prestito. Se a indebitarsi col sistema privato delle banche in maniera eccessiva è il settore privato (vedi la crisi dei mutui negli USA che ha dato luogo al crollo del 2008), il problema è molto grosso. Se a indebitarsi col sistema delle banche è uno stato che ha rinunciato alla sovranità monetaria (come l’Italia), quello stato rischia di fallire (o le banche faranno di tutto perché fallisca) e le banche se lo pappano. Se a indebitarsi è uno stato che non ha rinunciato alla propria moneta, il problema c’è ma è meno catastrofico (uno stato a moneta sovrana non può mai finire la propria moneta). Se poi quello stato decide di indebitarsi prevalentemente con se stesso tramite la propria banca centrale, il debito è sostanzialmente una pura nota contabile.  Se infine uno stato immette la liquidità necessaria al sistema direttamente, senza indebitarsi con le banche, allora il problema non esiste affatto. Ma a questo punto probabilmente non saremmo più in un sistema capitalistico o puramente capitalistico.

L’equiparazione del debito pubblico a un debito privato è una scelta politica. Più precisamente, è uno strumento di dominio. Significa dare una qualche forma di esistenza a una annotazione contabile. Oppure ritenere che la moneta moderna abbia la stessa forma di esistenza dell’oro, o del grano nelle grandi civiltà fluviali: finita la moneta-oro, finite le transazioni. Significa trasformare la forma evanescente di una nuvola che scorre nel cielo in un qualcosa di veramente esistente. E significa infine non accorgersi dell’opera di trasformazione e convincersi che il risultato di tale operazione abbia una sua esistenza reale. Eccolo il grande gioco di prestigio, la potente magia, il grande incantesimo. Con tale potente magia il nostro imbelle ceto dirigente, forte con i deboli e debole e servile con i forti, ci tiene in pugno, ci ha fatto accettare la svendita di un patrimonio industriale frutto del lavoro di almeno due generazioni di italiani, ci fa credere necessario anche un futuro di povertà generalizzata e senza redenzione, ci convince che dobbiamo affidare il nostro destino a forze straniere (con cui si sono accordate per un piatto di lenticchie), perché noi Italiani siamo indisciplinati per natura e incapaci di governarci.

E infine un appello. Ceto medio italiano (il vocativo suona un po’ male e poco rivoluzionario, ma l’interlocutore è quello): devi la tua esistenza al debito pubblico e dalla sua sparizione e contrazione hai tutto da perdere. Attento, sei sotto attacco: tu sei la preda dei famelici lupi della finanza. Hanno la pancia piena di aria fritta, risultato delle loro mirabolanti acrobazie finanziarie, e la devono assolutamente sostituire con sostanza. Quella sostanza sono i tuoi risparmi, le tue proprietà, le tue sicurezze, ciò che hai messo da parte per dare una base ai tuoi figli. Lo possono fare solamente se non ti accorgi di quello che veramente stanno facendo, se riescono a incantarti con incontestabili verità totalmente false, se riescono a farti credere che ciò che ti stanno facendo è necessario, “naturale” e senza alternativa.

Ceto medio italiano: se l’austerità ti sta impoverendo e distruggendo, non sarebbe meglio (solo e semplicemente per questo) mettere in dubbio le ricette neoliberiste e sondare altre soluzioni? Esci dal tuo torpido individualismo, spegni la tv, non comprare più la Repubblica delle Banane, il Corriere della Serva, la Stampa di Regime e lo Zerbino del Padrone, cerca altre ricette e soluzioni che non significhino sofferenza per te e i tuoi figli, verificale, approfondiscile, discutine. Guardati attorno e vedi se, come te, qualcuno sta cominciando a insospettirsi. Non state soli: sarete immancabilmente preda del mantra neoliberista ripetuto a ripetizione ogni dove. Non pensate di cavarvela da soli. Magari voi sì, ma i vostri figli no. Ceto medio italiano di tutto il mondo: unisciti e contrattacca!!!!

 

P.S. I file audio sono estratti da una intervista ad Alberto Micalizzi di Radio Onda Italiana.

Informazioni su sandroarcais

I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
Questa voce è stata pubblicata in debito pubblico italiano, finanza e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a “C’è il debito pubblico”. Ah beh … allora …

  1. Pingback: L’ultimo discorso sul debito di Thomas Sankara | Pensieri provinciali

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...