La “locomotiva d’Europa”?

germaniapovertà

di Fabrizio Poggi

Viaggio nella Germania dei senzatetto e dei minijob

Secondo i volontari di “Die Tafeln”, sta aumentando drammaticamente il numero di pensionati che si rivolgono all’organizzazione per ricevere prodotti alimentari gratuiti. Almeno uno su quattro di tutti coloro che ricorrono all’aiuto di “Die Tafeln” è pensionato: si tratterebbe di circa 350.000 anziani. Il presidente della Confederazione federale dei Tafeln, Jochen Brühl, afferma che il numero di anziani poveri è raddoppiato in Germania negli ultimi dieci anni, di pari passo con l’impoverimento generale. Brühl parla di milioni di tedeschi considerati poveri o, quantomeno, di persone in situazione di “povertà relativa”.

Nell’Unione europea, si legge sul sito web di “Die Tafeln”, è considerato povero chi guadagna meno del 60% della media nazionale e in Germania è una cifra di circa 930 euro. “Ho in mente una vedova di 75 anni della Germania meridionale” dice Brühl in un intervista a Der Spiegel, che per “non essere di peso ai suoi quattro figli, vive con una piccola pensione e la arrotonda con vari lavori di pulizia”: i cosiddetti “minijob”, in cui già tre o quattro anni fa erano impegnate 137.000 persone di età superiore ai 74 anni e quasi 830.000 di almeno 65 anni. Secondo le cifre ufficiali governative, nel 2016 erano circa 765.000 le persone occupate con un “mini lavoro” e Neues Deutschland scriveva pochi mesi fa che nei minijobs sono occupati sempre più anziani.

Secondo uno studio della Fondazione Bertelsmann, la povertà della popolazione anziana non potrà che aumentare da qui al 2036 e interesserà un 67enne su cinque: particolarmente a rischio donne single, persone senza formazione professionale e disoccupati di lunga data. Secondo la presidente dell’organizzazione solidaristica VdK, Ulrike Mascher, un grosso peso è rappresentato dalle alte spese di alloggio, che incidono particolarmente sulle pensioni, a fronte di una forte carenza di edilizia sociale.

A questo proposito, ancora Der Spiegel scrive delle centinaia di migliaia di senzatetto, con una tendenza all’aumento del numero di persone che non hanno dove vivere. Secondo le cifre ufficiali del “BAG W”, nel 2016 il numero di senzatetto era di circa 860.000 persone, con una crescita del 150% rispetto al 2014 e si prevede che supererà il milione e duecentomila entro il 2018. Delle 860.000, almeno 52.000 persone sono state costrette a dormire in strada e le altre hanno trovato soluzioni di fortuna presso conoscenti, strutture assistenziali o dormitori allestiti dalle amministrazioni cittadine per la sola stagione invernale. Un’alta percentuale (oltre il 50%) di senzatetto è costituita da profughi o da cittadini di paesi dell’Europa orientale: sul modello, potremmo aggiungere, degli oltre 100.000 ucraini che, secondo il giornalista Ruslan Kotsaba di PolitNavigator, difficilmente faranno ritorno in patria. Secondo Kotsaba, nei primi sei mesi del 2017, 355.000 ucraini sono espatriati nei paesi UE senza necessità di visto e il 30% di essi ha già prolungato il termine di 90 giorni di soggiorno nei paesi dell’area Schengen: per la maggior parte in Germania, Polonia, Rep. Ceca, Italia, Gran Bretagna, Francia.

Spesso, alla base della perdita dell’alloggio, afferma Warena Rosenke, portavoce del “BAG W”, ci sono “problemi individuali: divorzio, perdita del lavoro, indebitamenti. Tuttavia, i fattori decisivi sono generali e strutturali e il problema principale è che non esistono alloggi a prezzi accessibili”.

Il numero di “alloggi sociali si è notevolmente ridotto negli ultimi anni: lo Stato ha venduto a investitori privati gli appartamenti sovvenzionati dal governo e gli affitti sul mercato libero” hanno avuto una rapida impennata, così che gli alloggi “sono semplicemente troppo costosi per moltissime persone”. Inoltre, continua Warena Rosenke, sebbene “il numero di disoccupati sia relativamente basso”, cresce costantemente la percentuale di “working poor”, lavoratori poveri: persone che lavorano, ma guadagnano così poco da non riuscire a vivere, per non parlare di pagare affitti costosi”.

A monte, c’è la diminuzione del 7,3% nel 2017 “del numero di permessi di costruzione per appartamenti” e, specialmente nelle aree urbane, “c’è una competizione spietata nel mercato immobiliare”, tanto che anche la “tipica famiglia della classe media ha difficoltà a trovare un appartamento e le persone povere o disoccupate non hanno quasi nessuna possibilità contro tale concorrenza”. Nella stessa Berlino c’è “una drammatica carenza di alloggi a prezzi accessibili”, afferma Regina Kneiding, portavoce del Dipartimento per l’integrazione, il lavoro e gli affari sociali del Senato cittadino e tutti quei lavoratori incatenati a un’occupazione precaria o i destinatari di “Aufstocker” e Hartz IV si trovano in situazioni particolarmente difficili”. Inoltre, “lo stato si assume i costi di affitto solo fino a un certo importo. Se l’affitto aumenta, l’inquilino deve cercare un appartamento più economico o pagare la differenza dal suo budget già ristretto”.

Dunque, una “società chiusa”, scrive Michael Merz su Die junge Welt; un “povero paese ricco”, in cui qualcuno “crede ancora nella fiaba del paese tanto ricco, dove i senzatetto tirano fuori i loro sacchi a pelo tra le scintillanti vetrine dei negozi”, mentre i “consumatori – si chiama così la parte della popolazione tedesca, che può spendere oltre i bisogni di vita e di affitto – diventano di moda proprio verso il fine anno”. Un paese in cui “le entrate fiscali portano il governo a piangere di gioia”.

Il tesoro “ha fatto il pieno” scrive Merz, ma oltre “3 milioni di persone non possono tirare avanti con un solo lavoro e hanno bisogno di almeno una seconda occupazione”. E le cassiere nei negozi, soprattutto in questo periodo di fine anno, “non hanno nemmeno un giorno di riposo. Il numero di salariati costretti a lavorare di domenica e nelle feste è aumentato di tre milioni in 20 anni, arrivando a poco meno di 9,3 milioni l’anno scorso”. Un “povero paese ricco”, dunque, in cui il 10% si intasca il 40% del reddito nazionale, mentre “la metà inferiore della popolazione, appena il 17%”.

E infatti, scriveva Susan Bonath, sempre su Die junge Welt, secondo la relazione federale su povertà e ricchezza, due anni fa la metà più povera della Germania possedeva solo l’1% del totale della ricchezza. Il 40% dei lavoratori dipendenti riceveva un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Secondo le più recenti indagini di associazioni sociali, circa il 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza”.

La “locomotiva d’Europa”.

Pubblicato su L’Antidiplomatico.

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