Il 25 aprile non è una festa

… ad assistere con un misto di frustrazione e rabbia all’esplosione di gioia, in certi salotti giornalistico-intellettuali, alla notizia del sequestro Moro. (Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro)

La mattina del giovedì 16 marzo del 1978 io ero in classe. Frequentavo la terza liceo scientifico. Ero seduto nell’ultimo o penultimo banco della terza bancata a destra di fronte alla cattedra, quella accostata alla parete. A metà della mattinata la lezione di filosofia è interrotta dall’ingresso del bidello, non ricordo chi fosse, che annuncia alla professoressa il rapimento di Aldo Moro.

La classe scoppiò in urla di esultanza.

Avevamo 16 anni, chi poco più, chi poco meno. Non capivamo un emerito nulla di politica, di interesse nazionale, di senso dello stato. Eravamo tutti presi e trascinati dai nostri ormoni. La testa imbevuta come una spugna delle idee che erano senso comune. E di conseguenza esultammo a quella notizia.

Eravamo la prova più evidente che l’opera di demolizione del progetto di fare della Repubblica italiana nata dalla Resistenza uno stato non più a sovranità limitata era compiuto.

La lettura del libro di Fasanella è stata per me fonte di sofferenza. La sofferenza che proviene dalla consapevolezza che appartengo a una generazione che non ha capito nulla di quello che gli capitava sotto gli occhi. Una generazione che è stata agita.

Poteva essere evitato tutto questo? Il libro di Fasanella non affronta direttamente questa domanda, ma tutto il suo testo sembra dire che no, non era posibile. Non tanto perché troppo forti erano le forze che dall’esterno lavoravano al fallimento di quel progetto, inglesi primi tra tutte, quanto perchè troppe e troppo forti erano all’interno quelle forze che non avevano mai accettato l’altissima sintesi rappresentata dalla Costituzione repubblicana quale sbocco della Resistenza: la grande borghesia e con lei tutto il mondo liberale, conservatore, fascista che era stato reso politicamente marginale dai partiti popolari e di massa,  e l’ala più internazionalista, filosovietica e rivoluzionaria interna al Partito Comunista, che leggeva come un tradimento l’accettazione da parte del PCI di quel compromesso.

Per questo motivo, spiega [Miguel Gotor], l’intera operazione [il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, ndr] segnò il punto culminante e più complesso della «strategia della tensione» in Italia cominciata con le bombe alla Fiera di Milano del 25 aprile del 1969. Complesso perché saldò un fronte reazionario e un fronte rivoluzionario in una comune eterogenesi dei fini. Quindi non necesariamente in modo organico, diretto, strutturale, organizzato, anzi. Erano due eserciti, per Gotor, che si osservavano e si infiltravano sin dal 1943-45, e convergevano su un medesimo obiettivo: soffocare, se necessario anche nel sangue, qualunque anelito riformatore, seppur di segno cautamente progressivo come quello di Moro.

Il rivoluzionario non voleva le riforme perché temeva di vedere svuotato il contenuto della propria azione palingenetica. Il reazionario perché le considerava un cedimento che avrebbe facilitato la vittoria del nemico «rosso». «Attraverso l’operazione Moro – è la sua conclusione – si celebrò il massimo dell’anticomunismo armato e dell’antifascismo armato in Italia, una sorta di convergenza strategica con le due anime della “strategia della tensione” (“partito del golpe” e “partito armato”) e degli ambienti che l’avevano sostenuta e protteta lungo una storia che ha origine nella lotta armata e nella cesura resistenziale, tra gli sconfitti del patto De Gasperi-Togliatti di entrambi i fronti.» (Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro)

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E ora, dopo quasi trent’anni, siamo qui. Totalmente in balia di cupole finanziarie a caccia dei risparmi privati nazionali, potenze straniere nostre “alleate” le cui agende prevedono l’esatto opposto del nostro interesse, una classe dirigente selezionata da queste cupole e da queste potenze. E il tutto condito da una abissale ignoranza in campo economico. Macerie su macerie.

Su queste macerie, un gruppo di amici dalle storie personali più diverse hanno dato vita a Patriottismo Costituzionale, un centro studi, un gruppo di azione politica, una palestra in cui reimparare o imparare per la prima volta il patriottismo, nella consapevolezza che, come afferma Wolfgang Streeck, «Solo all’interno degli stati nazionali può esserci vera democrazia». Tutto il resto è melma prebellica liberale e liberista (quella cosa che quando le cose si mettono male per il capitale si trasforma in fascismo).

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I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
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