I Tory britannici rifiutano il mito neoliberista del “libero mercato”

In un post di oggi, 11 dicembre 2017, il mai abbastanza ringraziato per la sua opera di informazione e divulgazione, la sua vitalità e il suo entusiasmo, Bill Mitchell ci informa che mentre in Italia oltre alle politiche liberiste per gli italiani nulla sembra esserci all’orizzonte, chiunque vinca le elezioni (i piddini sono liberisti, il trio lescano destroso è liberista e gli onesti five stars sono liberisti; cosa rimane? ah, sì, la Costituzione del ’48 era keynesiana, ma ora anche lei è stata imbastardita dal bruco liberista del pareggio di bilancio), nel Regno Unito anche i destri conservatori abbandonano il liberismo e il suo dogma glorioso del mercato come unico e solo decisore su come e dove investire e riscoprono il ruolo dello stato come regista di una economia che voglia avere un minimo di speranze di crescere e assicurare una esistenza dignitosa ai suoi cittadini. Ve ne propongo un breve estratto. E come dice Bill a chiusura di ogni suo articolo, “diffondete la parola”.

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di Bill Mitchell

Il 27 novembre 2017 il ministro del commercio e dell’industria del Regno Unito, Greg Clark, ha pubblicato il rapporto – Strategia Industriale del Regno Unito .

Il comunicato stampa che lo accompagna – Il governo svela la propria strategia industriale per aumentare la produttività e il potere d’acquisto delle persone in tutto il Regno Unito – osserva che la “strategia industriale” stabilisce:

… una visione a lungo termine su come la Gran Bretagna può crescere sui propri punti di forza economici, affrontare le sue prestazioni di produttività, abbracciare il cambiamento tecnologico e aumentare la redditività delle persone in tutto il Regno Unito.

… l’annuncio, pur non ricevendo molta attenzione da parte dei media, rappresenta un importante cambiamento nella politica ideologica Tory.

Perché?

Poiché si tratta di una dichiarazione esplicita che lo stato britannico deve avere un ruolo centrale e di primo piano nella progettazione, gestione e stimolazione dell’attività economica.

Il mantra del ‘libero mercato’ che risolverà i problemi di allocazione è stato respinto … con il rilascio di questa strategia.

Il governo conservatore britannico ha ora respinto l’idea che il governo dovrebbe farsi da parte e permettere che sia la ricerca del profitto a guidare il futuro percorso della economia privata.

Ora ha deciso che lo Stato è centrale e deve orientare gli investimenti e costruire le infrastrutture per garantire che gli investimenti siano realizzati in settori chiave.

Il settore privato, lasciato a se stesso da parte del New Labour e quindi del governo Tory Cameron-Osborne, ha chiaramente mancato di mettere i fondi di investimento in aree che aumentano la produttività.

Questi governi hanno permesso al settore finanziario di crescere a scapito dei settori produttivi. Di conseguenza, il Regno Unito è ormai un’economia a bassa crescita della produttività, con gravi squilibri compositivi.

La manodopera qualificata e gli investimenti sono attratti in attività essenzialmente improduttive concentrate a Londra (finanza), mentre il decadimento regionale e industriale è evidente altrove.

La strategia industriale riconosce che è necessario più intervento statale.

Esso definisce “5 fondamenti” che saranno gli obiettivi per significative iniziative di spesa dello stato:

– idee: l’economia più innovativa al mondo

– persone: buoni posti di lavoro e una maggiore possibilità di guadagno per tutti

– infrastrutture: un importante aggiornamento per l’infrastruttura del Regno Unito

– ambiente d’impresa: il posto migliore per avviare e far crescere un’impresa

– luoghi: comunità prospere in tutto il Regno Unito

(…)

La strategia industriale individua anche “4 ‘grandi sfide’”:

– intelligenza artificiale – metteremo il Regno Unito in prima linea nella intelligenza artificiale e nella rivoluzione dei dati

– la crescita pulita – ci permetterà di ottimizzare i vantaggi per l’industria del Regno Unito del passaggio globale alla crescita pulita

– società che invecchia – sfrutteremo la potenza di innovazione per contribuire a soddisfare le esigenze di una società che invecchia

– futuro della mobilità – diventeremo uno dei leader mondiali nel modo di muovere persone, beni e servizi

Anche in questo caso, una sorta di approccio ‘scegliere i vincitori’ allo sviluppo industriale e un rifiuto esplicito che il mercato sa meglio dove investire.

Io per lo più sono d’accordo con l’articolo del Guardian (27 novembre 2017) – Perché questo white paper sulla strategia industriale è una buona notizia (per lo più) – di valutazione della strategia industriale .

Si indicano diversi punti deboli, che lascio a voi leggere.

Il punto nel complesso però è che:

Il punto chiave è il benvenuto riconoscimento che la nostra economia non avrà successo a meno che non siamo disposti ad abbandonare l’ortodossia economica degli ultimi 30 anni e dare il proprio ruolo al governo. Se questo può ora essere accettato, dovremmo essere tutti grati.

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L’America cammina verso l’Armageddon

Il mondo attuale sta diventando una chiavica. Un mondo di guerre guerreggiate e incombenti, di ricolonizzazione dell’Africa, di capitalismo sfrenato e selvaggio, di disuguaglianza montante. Come nei primi decenni del Novecento. Il tutto mellificato, velato e nascosto da una propaganda che la macchina di Goebbels al confronto era roba da dilettanti. 

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di Paul Craig Roberts, tradotto da Voci dall’Estero

L’ostilità orchestrata verso Russia, Cina, Iran e Corea del Nord protegge il budget annuale di 1.000 miliardi di dollari del complesso militare/della sicurezza, convincendo l’opinione pubblica americana che gli Stati Uniti sono minacciati da nemici. Mantiene anche vive le speranze del Partito Democratico che Trump possa essere rimosso dal suo incarico, e ha impedito al presidente Trump di normalizzare le relazioni con la Russia. Da tempo ho sottolineato che le azioni gratuite e aggressive di Washington contro la Russia e la costante raffica di accuse false contro il suo governo hanno convinto la Russia che Washington stia pianificando un attacco militare. Non c’è niente di più sconsiderato e irresponsabile che convincere una superpotenza nucleare che si sta preparando un attacco.

Si sarebbe potuto pensare che un comportamento così irresponsabile e sconsiderato avrebbe risvegliato la cittadinanza e che i media ne avrebbero denunciato i rischi. Invece, c’è solo silenzio. Per i media è più importante se i giocatori della NFL stanno in piedi durante l’inno nazionale e che alcuni uomini politici mostrino interesse sessuale in modo inappropriato verso le donne. L’America, indifferente, sta camminando verso l’Armageddon.

Qualche giorno fa l’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, William J. Perry, ha aggiunto la sua voce alla mia e a quella dei pochi che comprendono il pericolo. Perry ha detto:

“Quando finì la Guerra Fredda, credevo che non avremmo più dovuto correre questo rischio [l’annichilimento nucleare], così misi tutte le mie energie nello sforzo di smantellare la letale eredità nucleare della Guerra Fredda. Durante il mio mandato come Segretario della Difesa, negli anni ’90, ho supervisionato lo smantellamento di 8.000 armi nucleari equamente divise tra gli Stati Uniti e l’ex Unione Sovietica. E allora pensai che eravamo sulla buona strada per lasciarci alle spalle questa mortale minaccia esistenziale, ma non doveva essere così. Oggi, inspiegabilmente per me, stiamo ricreando l’ostilità geopolitica della guerra fredda e stiamo riedificando i pericoli nucleari. … Lo stiamo facendo senza alcuna seria discussione pubblica o alcuna reale comprensione delle conseguenze di queste azioni. Ci muoviamo come sonnambuli verso una nuova Guerra Fredda, e c’è il pericolo estremamente reale che ci ritroveremo invischiati in una guerra nucleare. Se vogliamo prevenire questa catastrofe, il pubblico deve capire cosa sta succedendo.

Come può capire il pubblico americano quando non conosce il pericolo, perché le poche voci che ne parlano non vengono riferite? In effetti, il complesso militare/della sicurezza, la lobby israeliana e i suoi agenti americani neoconservatori stanno lavorando attivamente per screditare coloro che sono consapevoli della situazione di pericolo.

Il potere del complesso militare/della sicurezza e la lobby israeliana, i due principali guerrafondai del 21° secolo, hanno immobilizzato il presidente degli Stati Uniti. Trump è impotente di fronte a un procuratore speciale che sta “indagando sul Russiagate”, una montatura creata con il preciso scopo di impedire al presidente Trump di ristabilire relazioni normali con una superpotenza nucleare.

Esperti come William Binney, che ha sviluppato il programma di spionaggio universale per la NSA pensando erroneamente che non sarebbe stato usato contro i cittadini americani, hanno dichiarato pubblicamente che, se il Russiagate fosse reale e non una montatura orchestrata, l’NSA avrebbe avuto tutte le prove, rendendo la “ricerca” del procuratore speciale Robert Mueller completamente inutile.

Si potrebbe pensare che anche coloro che appartengono ai media prezzolati siano in grado di capire che la NSA ne avrebbe le prove, se esistessero. Invece, la stampa prezzolata coopera con Mueller nel creare una storia falsa, che è stata tenuta in vita per oltre un anno.

Un paese in cui i media non hanno integrità non può essere una democrazia, in quanto le persone non hanno informazioni accurate sulla cui base prendere decisioni e per le quali chiamare a rispondere il governo. I media prezzolati americani funzionano come un braccio di controllo per i potenti interessi acquisiti che stanno trasformando gli Stati Uniti in uno stato di polizia al servizio soltanto di poche centinaia di membri dell’Un Per Cento.

Agli americani si è mentito su tutto. Sono d’accordo che le menzogne ​​vanno ben indietro nel tempo. Per mantenere leggibile questo articolo in termini di lunghezza, possiamo iniziare con le molte menzogne ​​del regime di Clinton. La guerra alla Serbia fu fatta per umiliare la Russia dimostrando che era impotente nel venire in aiuto del suo alleato di fronte alla potenza americana, e fu fatta per istituire l’uso della NATO come braccio e copertura dell’aggressione militare statunitense.

Poi arriviamo all’11/9, la cui spiegazione ufficiale è respinta non solo da Osama bin Laden, ma anche da ogni esperto che non abbia paura di aprire la bocca.

Poi c’è la ragione fasulla per l’invasione americana dell’Afghanistan, un disastro per l’America come lo era stata per i sovietici. Una manciata di afghani armati con armi leggere ha sconfitto “l’unica superpotenza del mondo”, proprio come avevano sconfitto il potente esercito sovietico.

Quindi c’è l’accusa falsa sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, lanciata fino in cielo dalla stampa prezzolata americana. Questa stupefacente menzogna, sconfessata dagli ispettori dell’ONU, è stata usata per invadere l’Iraq e distruggere un paese nonostante le prove contrarie. Questa bugia fu in seguito ripudiata dal Segretario di Stato americano Colin Powell, che si è pentito di questa macchia sulla sua reputazione, causata dall’abuso della sua credibilità davanti all’ONU da parte del regime di George W. Bush/Dick Cheney.

Poi ci sono le false accuse contro il leader libico Gheddafi, usate per assassinarlo, per la grande gioia di Hillary, e per distruggere il paese di maggior successo dell’Africa.

I mercenari dell’ISIS che Hillary e Obama avevano usato per distruggere la Libia furono mandati a distruggere la Siria quando la Russia e il Parlamento britannico bloccarono il piano di Obama per inviare truppe americane per invadere la Siria. Siamo stati sottoposti ad anni di menzogne ​​da parte di Washington e della stampa prezzolata sul fatto che che Washington stava combattendo contro l’ISIS, quando Washington aveva inviato l’ISIS in Siria per distruggere Assad e il governo siriano.

E c’è la Somalia, un altro pacco di menzogne ​​da parte di Washington/stampa prezzolata. E la violazione del Pakistan con il bombardamento di aree tribali falsamente accusate di essere sostenitrici dei talebani o di Al-Qaida.

E c’è lo Yemen devastato dall’Arabia Saudita pupazzo di Washington.

E ci sono le notizie false su “bombe nucleari iraniane” e sulle azioni bellicose iraniane contro Israele.

E “la Russia invase l’Ucraina” quando, in effetti, è stata Washington a rovesciare con ONG che finanziava il governo ucraino democraticamente eletto.

E ora sentiamo dire che quelli che osano raccontare la verità agli americani sono “agenti russi” e “ciarlatani che diffondono notizie false”.

Come può esistere la democrazia quando il governo e i media di un paese non fanno altro che mentire 24 ore su 24, 7 giorni su 7? Chiaramente, non può esistere.

Le organizzazioni ambientaliste riferiscono che il Presidente Trump intende abolire con ordini esecutivi due parchi monumentali nazionali, al fine di aprire questi territori protetti all’abuso, alla devastazione e alla rovina da parte delle grandi società. I due monumenti nazionali sono Bears Ears e Grand Staircase-Escalante.

Se Trump ha il potere di consegnare i monumenti nazionali alle società sostenitrici della sua campagna elettorale, a maggior ragione può far aprire un’indagine su Hillary Clinton al suo Procuratore Generale, o persino incriminarla sulla base delle prove già documentate. Può emettere un provvedimento di grazia in favore del generale Flynn,  incastrato per accuse che niente hanno a che fare con l’influenza russa nelle elezioni presidenziali. In effetti, può far indagare o arrestare Mueller dal suo Procuratore Generale per sedizione e tentativo di rovesciare il governo degli Stati Uniti. Queste accuse sono di gran lunga più realistiche rispetto all’accusa che Mueller ha intentato contro Flynn.

Ma cosa fa il presidente Trump? Twitta, lamentandosi del fatto che la vita del generale Flynn è stata distrutta mentre “la corrotta Hillary Clinton” se ne va in giro libera. 

Trump è nel giusto, quindi perché non fa qualcosa al riguardo? Quello che ha fatto Flynn è stato chiedere ai russi di non reagire in modo eccessivo alle nuove sanzioni che Obama ha imposto alla Russia nel tentativo di peggiorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia al punto che Trump non sarebbe stato più in grado di normalizzarli. Quello che Flynn ha fatto è del tutto appropriato e non ha nulla a che fare con la montatura del Russiagate. La vera ragione per cui il complesso militare/della sicurezza dà la caccia al generale Flynn è che è stato l’ex direttore della Defense Intelligence Agency e in un notiziario televisivo ha detto che la decisione del regime di Obama di inviare l’ISIS a rovesciare la Siria è stata una “decisione intenzionale” che andava contro le sue raccomandazioni.

In altre parole, Flynn ha svelato l’altarino che l’ISIS non era un’organizzazione indipendente, ma uno strumento della politica americana.

Naturalmente, la stampa prezzolata ha ignorato la dichiarazione del generale Flynn. L’unico effetto dell’affermazione di Flynn è stato quello di esporlo alla rappresaglia, e questo è ciò che Mueller sta facendo.

Quel che Mueller sta facendo è così marcio che dovrebbe essere arrestato e consegnato all’Egitto.

Gli interessi e i programmi privati hanno il controllo del governo degli Stati Uniti. Il popolo non ha alcun controllo. Washington lavora vendendo leggi ai gruppi di interesse in cambio di contributi elettorali. Gli interessi privati ​​che forniscono il denaro con cui vengono eletti i politici ottengono le leggi che vogliono. Ad esempio, il presidente Trump sta consegnando ai saccheggiatori ambientali due sacrari nazionali protetti, ma è impotente nel proteggere se stesso e i suoi consiglieri.

L’oligarchia al potere sta facendo di Trump un esempio per assicurarsi che nessun futuro candidato alla presidenza si appelli direttamente al popolo. Quando Trump disse che stava andando a governare nell’interesse del popolo, riportando in patria i posti di lavoro delocalizzati, attaccò i profitti delle multinazionali, e quando disse che avrebbe normalizzato i rapporti con la Russia, attaccò il potere e il profitto del complesso militare/della sicurezza. Ora sta pagando il prezzo della sua avventatezza.

La domanda più ampia è: quale prezzo pagheranno gli americani e il resto del mondo per i vincoli che il complesso militare/della sicurezza ha messo alla capacità di Trump di normalizzare le relazioni con la Russia?

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Lo spot sulla disoccupazione giovanile calata

Autore: tigiuno della sera

Ieri, 30 novembre del 2017, il tigiuno una giovane speaker molto ispirata e spigliata annunciava tutta allegra e rassicurante un altro grande successo del nostro governo provvisoriamente intruso alla nostra guida:

tg1disoccupazione

vedi dal minuto 5 e 12 secondi

A me queste notizie trionfalistiche insospettiscono, soprattutto di questi tempi, ma sul momento glisso. Stamattina controllo le nuove tra i miei siti preferiti e trovo questo post di Maurizio Sgroi, autore di un blog economico-finanziario dal titolo The Walking Debt

SgroiEmigrazione

In breve. Alla notizia ganza e rassicurante del tigiuno avevano tolto due altre notizie a lei strettamente correlate che però rischiavano di farle ombra.

La prima: la stragrande maggioranza delle nuove assunzioni è a tempo determinato:

istat-divizione-fra-tipo-contratti

Commento di Maurizio Sgroi:

bene che vada, in Italia si strappa un contratto a termine di questi tempi

La seconda: il report Istat del 29 novembre 2017 sui flussi migratori in entrata e in uscita dall’Italia registra che sono in

crescita le emigrazioni (cancellazioni dall’anagrafe per l’estero): nel 2016 sono 157mila (+7% sul 2015).

Inoltre sono in

aumento i laureati italiani che lasciano il Paese, sono quasi 25mila nel 2016 (+9% sul 2015)anche se tra chi emigra restano più numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila,+11%)

e dal momento che chi emigra è di solito giovane, a Maurizio Sgroi

sorge il sospetto che buona parte del calo di giovani disoccupati, quindi non più iscritti alle liste, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal Jobs Act.

E anche a me.

Spegnete la tv. Non comprate più quotidiani. Non fidatevi del vostro senso critico: siete manipolabili e siete sotto assedio. Se una fonte di informazione si è rivelata essere una fonte di manipolazione, toglietela dal vostro orizzonte uditivo e visivo.

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L’antifascismo ai tempi dell’incantesimo neoliberista

Il carattere fondamentale del governo del grande capitale neoliberista è la menzogna, la dissimulazione, la mezza verità. Almeno per ora. Fino a quando cioè non avrà finito di massacrare il ceto medio, così da poter tornare all’amore di un tempo: il manganello. Ma non è ancora giunto quel momento. Ancora ha bisogno dell’appoggio e dell’adesione proprio di quel ceto medio che lentamente sta bollendo a fuoco lento, come la famosa rana. E soprattutto ha bisogno dell’appoggio convinto di quel ceto medio “progressista”, “disinistra”, aperto, cosmopolita, a vocazione europea, al limite di un’altra europa, pacifista a casa sua (ma spesso umanitariamente guerrafondaio a casa degli altri), innamorato delle rivoluzioni colorate, noborderista, europadeipopolista, sovranitàeuropeaista, liberista, pareggiodibilancista, una parte del cervello per la costituzione italiana e l’altra parte per i Trattati di Mastricht, una parte per il pareggio di bilancio e l’altra contro i tagli ai servizi sociali, una parte per “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” e l’altra per “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio“. E nessuna comunicazione tra le due parti.

A questo ceto medio, e in particolare modo al ceto medio italiano, il grande capitale neoliberista attualmente ha deciso di fare un regalo: il fascismo. Anzi, i fascisti.

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Giunto a questo punto è necessario essere sintetici e diretti.

Il neofascismo eversivo, sin dagli anni Sessanta del secolo scorso, è stato creatura e strumento nelle mani dei servizi segreti anglo-americani. Lo scopo era duplice: il contenimento del comunismo in Italia nel quadro della più generale Guerra Fredda, per gli Stati Uniti; impedire che l’Italia recuperasse un ruolo autonomo nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, per la Gran Bretagna (per questo secondo aspetto, due letture sono indispensabili: Colonia Italia e Il golpe inglese, entrambe di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino).

Obiettivi raggiunti, a quanto pare.

Anche attualmente, il fenomeno neofascista è creatura profondamente infiltrata e condizionata dai servizi segreti inglesi. Basta seguire le peripezie di Roberto Fiore, attuale segretario nazionale di Forza Nuova (anche in questo caso le letture sono due: un articolo dell’Espresso sui finanziamenti al neofascismo attuale e il verbale della seduta del 9 gennaio del 2001 della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi ).

Non è necessario leggere tutto il verbale. Cercate e trovate nel documento la parola “Fiore” e verranno fuori informazioni interessanti.

Il neo-neofascismo è del resto degno figlio del suo inventore e coltivatore, e da lui ha appreso l’arte della dissimulazione, dell’infiltrazione, della confusione:

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Ma a cosa serve ora il neofascismo? Ora che la sovranità in Italia è roba di cui ci si vergogna? O di cui non ci si sente capaci e in grado, per cui si invoca il governante esterno, l’Europa, o il “pilota automatico” impostato dalla BCE?

Serve, serve. Il neofascismo attuale è un prodotto confezionato a misura degli antifascisti attuali. È fatto apposta per tenere sveglia la passione politica e la mobilitazione degli animi, per dare la sensazione di essere dalla parte giusta della storia, quella che ha vinto la seconda guerra mondiale. Ha la funzione di compattare un fronte contro il Nemico, l’Opposto dei Valori Europei. Ha la funzione di distrarre, tenere impegnata l’attenzione mentre si fa il lavoro vero. Tu sei lì che fai a botte col fascista, il fascista ti tiene impegnato, e loro, i lupi a caccia di preda, possono fare indisturbati il lavoro.

Non sto minimizzando il fenomeno. Sto affermando che il neofascismo attuale è eterodiretto, artificialmente suscitato. Non ci vuole scienza a capire che anni di politiche austeritarie, liberiste, di tagli e precarizzazioni, unite a una contemporanea politica scellerata di porte aperte all’immigrazione hanno creato il terreno di coltura ideale in cui inoculare il semino del fascismo che si è trasformato nella pianticella attuale. Pianticella il cui scopo è quello di tenere occupata l’attenzione degli antifascisti e costituire il polo negativo che automaticamente susciti il polo positivo. In maniera tale che passi inosservato il vero pericolo che stiamo correndo:

Uno dei momenti più suggestivi della saga dell’euro-crisi è stato quando le élite europee hanno costretto Silvio Berlusconi a lasciare la guida dell’Italia per cedere il posto al non eletto Mario Monti. Ciò è stato possibile a causa dell’appartenenza dell’Italia all’eurozona, e della sua conseguente vulnerabilità alla fuga di capitali e alle crisi bancarie.

Di primo acchito, il colpo di stato senza spargimento di sangue avvenuto in Italia sembra una buona ragione per tenersi lontani dall’unione monetaria, per coloro che ancora hanno la possibilità di farlo. Ma abbiamo partecipato di recente a un’affascinante conferenza a cura del Centro per le Riforme Europee dove alcuni hanno sostenuto che il potere di veto nei confronti di politici eletti detenuto dalla Banca Centrale Europea è un vantaggio, anziché un difetto.

Secondo questo ragionamento, la BCE è una salvaguardia costituzionale che avrebbe potuto prevenire il genere di preoccupante autoritarismo che sta prendendo piede in Ungheria e Polonia.

(…)

… la BCE è stata appositamente progettata per essere diversa dalle normali banche centrali. Anziché provvedere direttamente a fornire prestiti di emergenza alle banche che hanno necessità stringente di rimpiazzare i depositi in fuga, essa autorizza le banche nazionali a fare tali presti di emergenza giudicando caso per caso. (…) Queste caratteristiche conferiscono ampia discrezionalità alla BCE nella scelta se concedere – o negare – aiuto alle banche, sulla base di considerazioni politiche. Pertanto Silvio Berlusconi ritiene, non a torto, che ai parlamentari italiani fu detto che la sua caduta era una condizione indispensabile per poter dare ulteriore sostegno ai tassi di interesse e alle banche italiane alla fine del 2011.

Queste idee sono candidamente affermate in un blog del Financial Times tradotto da Voci dall’estero. Ciò che lascia perplessi, non è la notizia che Berlusconi sia stato rimosso da un “colpo di stato senza spargimento di sangue”: ormai lo sanno anche i sassi. Lascia perplessi il deficit di democrazia a cui è arrivato il neoliberismo anglosassone. Culturalmente hanno fatto un passo indietro di quasi cent’anni. Come cent’anni fa, questi sono convinti che gli unici popoli in diritto di autogovernarsi siano gli anglosassoni. Neanche gli europei, ma proprio solo gli anglosassoni. Gli europei vanno governati attraverso la BCE, proprio perché non all’altezza dell’autogoverno.

L’euro è stato creato in parte perché alcuni cittadini in Paesi come l’Italia e la Spagna non avevano fiducia che i propri governi sapessero gestire l’inflazione. Hanno sacrificato deliberatamente l’indipendenza monetaria nella speranza di rimediare a quella che loro credevano fosse una cattiva gestione politica a livello nazionale e locale. O, detto in altri termini, speravano che le élite straniere li avrebbero governati meglio dei loro politici eletti.

Il popolo italiano non sa governarsi e non sa scegliersi i suoi governanti. Quindi bisogna toglierglieli, con le buone o le cattive, soprattutto quando portano avanti politiche contrarie agli interessi angloamericani: Mattei, Moro, Craxi, Andreotti, Berlusconi.

Il vero pericolo per l’Italia (o quel che ne rimane), oggi, proviene da questi ambienti anglosassoni ed europei da cui esala i suoi miasmi l’articolo citato. Proviene da quell’area liberale e liberista italiana che ha sempre guardato al mondo angloamericano come a una patria elettiva, proviene dall’azionismo filo-britannico uscito profondamente minoritario dalla Resistenza, e poi dal grande capitale che ha subìto i partiti di massa democristiano e comunista, ha resistito arroccato nei ministeri economici e finanziari, ha remato contro l’interventismo statale in economia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del secolo scorso, ha organizzato il golpe giudiziario Mani Pulite nella prima metà degli anni Novanta e ha dilagato successivamente con privatizzazioni, vincoli esterni, riforme costituzionali, precarizzazioni, tagli, avanzi di bilancio e tutti i pifferi e le grancasse delle politiche neoliberiste ispirate dalla grande finanza anglosassone.

Proviene insomma da chi in questi ultimi anni ha preparato il terreno per il seme fascista, lo ha piantato e fatto crescere e ora lo usa per compattare attorno a sé quell’ultimo 20% scarso di ceto medio sinistrato italiano che è convinto di difendere la Costituzione e le conquiste della Resistenza, ma in verità sta oliando la corda con cui sarà impiccato.

Manifestazione nazionale di Sinistra Italiana per il NO al referendum costituzionale

Amen.

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“C’è il debito pubblico”. Ah beh … allora …

Due sono le parole magiche usate dalle blatte neoliberiste per irretire gli uomini. Una è “complottista”, e ne ho detto qui, l’altra è “il debito pubblico”.

Tutte le rabbie si spengono, tutti gli impulsi di ribellione svaniscono, tutte le resistenze cadono alla comparsa della parola magica: “il debito pubblico”. Se sei una persona ragionevole, come puoi non tenere conto del vincolo del debito pubblico? Se poi sei anche di sinistra o di centro sinistra come liberarsi di punto in bianco del passato in cui hai difeso “il rigore” contro quel pifferaio magico illusionista di Berlusconi? Non sarebbe coerente!

La magia de “il debito pubblico” è potente, e costringe le persone ad accettare, anche loro malgrado, provvedimenti e situazioni nonostante la loro esperienza gli dica che gli stanno facendo male. Ma la sua potenza non si esaurisce qui. Infatti, dal momento che la rabbia e la frustrazione, lasciate a fermentare dentro, non fanno buon sangue e devono dunque trovare uno sfogo e un bersaglio, lo trovano nei “privilegiati”, vale a dire in chi ancora gode di quei diritti che erano una normalità sino a una trentina di anni fa e ora sono una chimera: un lavoro buono e sicuro, un salario decente, una pensione dignitosa. È la guerra tra poveri: costringi dieci cani in una gabbia, lascia solo sette ossi, il risultato sarà la guerra tra i dieci cani per accaparrarsi un osso (e tre cani senza osso). Ecco, quella gabbia per noi, è la convinzione (l’incantesimo che ci irretisce) che il debito pubblico sia veramente un problema tale che giustifichi l’impoverimento delle persone e la distruzione dell’economia di uno stato un tempo ricco e dinamico.

È giunto dunque il tempo di cominciare a depotenziare questa parola magica.

Non è vero che il nostro debito pubblico sia insostenibile. Anche se ragioniamo con le categorie dei rigoristi il nostro debito è sostenibile. Basta non massacrarci i cosiddetti col mantra che in passato abbiamo vissuto al disopra delle nostre possibilità e guardare al futuro: se guardiamo alla sostenibilità del nostro debito in prospettiva futura (se cioè prendiamo in considerazione anche gli obblighi di pagamento futuri contratti dallo stato: pensioni e sanità) allora l’Italia sarebbe incredibilmente il Paese più virtuoso in Europa.

Voi direte: «eh sì, però, il debito attuale è tra i più alti».  «Va bene» dico io «ma altezza e insostenibilità del debito sono due cose diverse (vedi il Giappone). E sulla presunta insostenibilità del debito pubblico italiano (che stranamente a medio e lungo termine è il più sostenibile) si è giocata la losca partita politico-economica della fine del 2011 e degli inizi del 2012 e continua a basarsi l’attacco all’Italia da parte della Grande Alleanza della Finanza Internazionale che evidentemente ha individuato nell’Italia la vittima abbastanza ricca e debole a cui far pagare la montagna di aria fritta che (la GAdFI) ha in pancia.»

Il debito privato è una cosa, il debito pubblico è un’altra cosa. Non si possono confondere. Lo stato non è una azienda privata, e il fatto che te lo abbiano ripetuto all’infinito non cancella la realtà che solo gli stati che lo scelgono si trasformano in semplici aziende che prendono in prestito i soldi dalle banche. Altri (Gran Bretagna, USA, Giappone, Cina, Russia, ecc.) decidono (o meglio: hanno la forza) di non farlo, e rimangono stati. Quando uno stato è uno stato, non va ad elemosinare i soldi dalle banche private, ma usa la banca centrale per creare moneta dal nulla e immetterla nell’economia secondo quelli che sono i suoi progetti e le esigenze del sistema economico. L’Italia ha rinunciato a questa prerogativa nei primissimi anni Ottanta del secolo scorso (il famoso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia).

Non tutto il debito pubblico è debito vero. È necessario distinguere tra il debito che lo stato contrae con i privati (famiglie, assicurazioni, fondi) e quello che contrae con le istituzioni bancarie. Quest’ultimo è un debito figurativo, ovvero ha la stessa consistenza e natura del debito che un tempo lo stato contraeva con la Banca d’Italia o che attualmente lo stato britannico contrae con la Banca di Inghilterra. La differenza è che il ceto dirigente italiano ha scelto di cedere la sovranità monetaria ai mercati, ovvero di non governare più direttamente i propri governati ma di farlo indirettamente attraverso i vincoli esterni. Detto in altri termini: il ceto dirigente italiano (vale a dire tutto il mondo della grande finanza, della grande industria e della grande burocrazia statale) a un certo punto ha fatto i suoi conti e ha deciso che tra le due alternative, accettare il vincolo interno di una classe politica erede diretta della resistenza, sviluppista e incurante del debito pubblico e la sottomissione del paese a vincoli esterni e quindi ad agende e priorità provenienti dall’estero, quel ceto dirigente, dico, ha scelto la seconda alternativa, in coalizione con forze straniere si è sbarazzata del ceto politico della prima repubblica che faceva resistenza e infine ha legato l’Italia ai destini dell’euro. Ne discende che …

Il debito contratto con il sistema bancario europeo governato dalla BCE non è da restituire. Sarebbe come se il governatore della banca centrale giapponese si svegliasse una mattina, chiamasse il ministro del tesoro del governo giapponese e gli intimasse di restituire tutto il debito dello stato giapponese detenuto dalla BC del Giappone. O il simile per la banca centrale d’Inghilterra nei confronti del regno britannico. Ve la immaginate possibile una cosa del genere? Restituire il debito contratto col sistema bancario europeo significherebbe togliere la liquidità necessaria al sistema economico per portare avanti le transazioni, o, per usare un paragone calzante, togliere il sangue necessario alla circolazione di ossigeno e alimenti per le cellule di un essere vivente.

Il debito figurativo non è un problema: è necessario. Il debito figurativo è necessario a immettere la liquidità di cui il sistema economico ha bisogno. Se il sistema economico cresce, deve crescere la liquidità in circolazione nel sistema. Lo stato provvede a immettere tale liquidità nella forma di debito pubblico. Gli stati sovrani, alla bisogna, anche nella forma di debito contratto con la banca centrale, che è un proprio organo. Gli stati non-sovrani (come l’Italia) nella forma di un indebitamento con banche private (che però ricevono in prestito a tassi stracciati dalla BCE i soldi con cui acquistare quel debito). Oppure accettano di farsi strangolare approvando provvedimenti demenziali e masochisti come il fiscal compact.

Non è vero che il debito pubblico italiano è aumentato a causa della eccessiva spesa sociale. Quest’ultima si è mantenuta costantemente al disotto della media Ue. Il che significa che per pensioni, assistenza, indennità di disoccupazione l’Italia non ha mai speso più degli altri e che quindi non è vero che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. È vero invece che l’esplosione del debito avviene a seguito del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.

Il debito pubblico significa risparmio privato. Le economie capitalistiche moderne senza debito grippano. La maggior parte della moneta in circolazione in una economia capitalistica è moneta-debito creata dalle banche nel momento in cui fanno un prestito. Se a indebitarsi col sistema privato delle banche in maniera eccessiva è il settore privato (vedi la crisi dei mutui negli USA che ha dato luogo al crollo del 2008), il problema è molto grosso. Se a indebitarsi col sistema delle banche è uno stato che ha rinunciato alla sovranità monetaria (come l’Italia), quello stato rischia di fallire (o le banche faranno di tutto perché fallisca) e le banche se lo pappano. Se a indebitarsi è uno stato che non ha rinunciato alla propria moneta, il problema c’è ma è meno catastrofico (uno stato a moneta sovrana non può mai finire la propria moneta). Se poi quello stato decide di indebitarsi prevalentemente con se stesso tramite la propria banca centrale, il debito è sostanzialmente una pura nota contabile.  Se infine uno stato immette la liquidità necessaria al sistema direttamente, senza indebitarsi con le banche, allora il problema non esiste affatto. Ma a questo punto probabilmente non saremmo più in un sistema capitalistico o puramente capitalistico.

L’equiparazione del debito pubblico a un debito privato è una scelta politica. Più precisamente, è uno strumento di dominio. Significa dare una qualche forma di esistenza a una annotazione contabile. Oppure ritenere che la moneta moderna abbia la stessa forma di esistenza dell’oro, o del grano nelle grandi civiltà fluviali: finita la moneta-oro, finite le transazioni. Significa trasformare la forma evanescente di una nuvola che scorre nel cielo in un qualcosa di veramente esistente. E significa infine non accorgersi dell’opera di trasformazione e convincersi che il risultato di tale operazione abbia una sua esistenza reale. Eccolo il grande gioco di prestigio, la potente magia, il grande incantesimo. Con tale potente magia il nostro imbelle ceto dirigente, forte con i deboli e debole e servile con i forti, ci tiene in pugno, ci ha fatto accettare la svendita di un patrimonio industriale frutto del lavoro di almeno due generazioni di italiani, ci fa credere necessario anche un futuro di povertà generalizzata e senza redenzione, ci convince che dobbiamo affidare il nostro destino a forze straniere (con cui si sono accordate per un piatto di lenticchie), perché noi Italiani siamo indisciplinati per natura e incapaci di governarci.

E infine un appello. Ceto medio italiano (il vocativo suona un po’ male e poco rivoluzionario, ma l’interlocutore è quello): devi la tua esistenza al debito pubblico e dalla sua sparizione e contrazione hai tutto da perdere. Attento, sei sotto attacco: tu sei la preda dei famelici lupi della finanza. Hanno la pancia piena di aria fritta, risultato delle loro mirabolanti acrobazie finanziarie, e la devono assolutamente sostituire con sostanza. Quella sostanza sono i tuoi risparmi, le tue proprietà, le tue sicurezze, ciò che hai messo da parte per dare una base ai tuoi figli. Lo possono fare solamente se non ti accorgi di quello che veramente stanno facendo, se riescono a incantarti con incontestabili verità totalmente false, se riescono a farti credere che ciò che ti stanno facendo è necessario, “naturale” e senza alternativa.

Ceto medio italiano: se l’austerità ti sta impoverendo e distruggendo, non sarebbe meglio (solo e semplicemente per questo) mettere in dubbio le ricette neoliberiste e sondare altre soluzioni? Esci dal tuo torpido individualismo, spegni la tv, non comprare più la Repubblica delle Banane, il Corriere della Serva, la Stampa di Regime e lo Zerbino del Padrone, cerca altre ricette e soluzioni che non significhino sofferenza per te e i tuoi figli, verificale, approfondiscile, discutine. Guardati attorno e vedi se, come te, qualcuno sta cominciando a insospettirsi. Non state soli: sarete immancabilmente preda del mantra neoliberista ripetuto a ripetizione ogni dove. Non pensate di cavarvela da soli. Magari voi sì, ma i vostri figli no. Ceto medio italiano di tutto il mondo: unisciti e contrattacca!!!!

 

P.S. I file audio sono estratti da una intervista ad Alberto Micalizzi di Radio Onda Italiana.

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Non è un complotto. È lotta di classe.

C’è un ricco riccone strarriccone che finanzia una organizzazione internazionale con sedi in quasi ogni paese del globo, e attraverso di lei altre organizzazioni anche loro disseminate in ogni dove a portare il Verbo della nuova religione delle multinazionali agli uomini. Questo ricco riccone strarriccone chiede a una agenzia di consulenza con sede a Bruxelles, specializzata nell’aiutare le ONG “a raggiungere i loro obiettivi politici e strategici in Europa“, di fargli una lista di parlamentari europei che è probabile possano appoggiare i “valori” della sua super organizzazione mondiale nella legislatura dal 2014 al 2019. Questa agenzia di consulenza, che evidentemente conosce bene tutte le latrine del parlamento europeo, tira fuori una lista di 226 parlamentari (su 751) e correda ogni nome con informazioni di base ad uso dei volenterosi stipendiati del ricco riccone strarriccone.

Ora.

Le cose sono due: o pensate che il ricco riccone strarriccone sia una persona disinteressata, che mette su tutto il suo circo mondiale perché come San Paolo (o i due fratelli Blues) “ha visto la luce” e vuole far trionfare nel e donare al mondo i suoi “valori”; oppure pensate che il nostro ricco riccone strarriccone, che ha per cognome un palindromo (e già questo dovrebbe inquietarvi), sia naturalmente e umanamente interessato (come me, come voi, del resto, con la non trascurabile differenza del suo immenso potere economico e politico e del fatto che, come suggerisce Pau Craig Roberts, lo strarriccone in questione «non potrebbe sovvertire l’Europa senza il consenso di Washington»), e che quindi dietro i suoi “valori” ci sia la vecchia e banalissima avidità di tutti i ricchi ricconi strarricconi che, presi dal meccanismo inarrestabile (chi si ferma è perduto) dell’accumulazione della ricchezza, non fanno altro che fare la loro parte nella mai interrotta lotta di classe tra capitale e lavoro.

Se rientrate nel primo caso, state sereni e riprendete tranquilli le vostre occupazioni: va tutto bene.

Se rientrate nel secondo caso, benvenuti. Siate saggi e pazienti, guardatevi attorno per vedere di condividere questa consapevolezza e questa lotta. Non state soli. E, piccola che sia, cominciate a fare qualcosa insieme ad altri. Io mi sono accasato qui,

ma voi fatelo dove meglio vi aggrada.

A proposito: i parlamentari italiani indicati dalla agenzia di consulenza allo strarriccone che ha un palindromo per cognome sono questi:

Vedete una qualche costante?

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Sono un complottista. E me ne vanto.

Nel gennaio del 1967, i capi della CIA sono preoccupati: la percentuale di americani che non credono alla versione ufficiale in merito all’assassinio di J.F. Kennedy sono in crescita e rischiano di diventare presto la maggioranza. Questa tendenza nell’opinione pubblica

è fonte di preoccupazione per il governo degli Stati Uniti, inclusa la nostra organizzazione [la CIA]. (vedi qui)

Le stesse indagini hanno anche rivelato che sempre più americani pensano che «la commissione [Warren] ha lasciato alcune questioni irrisolte» (sempre qui). Anche di questo i capi della CIA sono preoccupati. Infatti, secondo loro,

gli sforzi per mettere in discussione la loro [dei componenti della commissione Warren] rettitudine e saggezza tende a gettare dubbi su tutta la classe dirigente della società americana. (idem)

Detto per inciso: tra questi saggi e retti componenti la commissione era anche Allen Dulles, per 8 anni direttore della CIA e destituito proprio da Kennedy per totale incompatibilità della sua gestione dell’agenzia con i progetti kennediani di fine della guerra fredda.

I grandi capi della CIA pensano dunque che sia giunto il momento che la classe dirigente della società americana si stringa a coorte e passi al contrattacco. Il piano è stilato in un documento interno di istruzioni (che potete trovare qui) il cui obiettivo dichiarato è

fornire materiale che contrasti e discrediti le affermazioni di coloro che teorizzano una cospirazione.

La domanda che si impone a questo punto è: per chi lavora(va) la CIA? Chi difende(va)? Lo affermano loro stessi: la classe dirigente della società americana.

Vi sembra normale?

A me no.

Ma cambiamo scenario.

Italia, seconda metà degli anni Settanta. Il partito comunista è in crescita e Aldo Moro porta avanti la sua strategia tesa a coinvolgere quel partito nel governo del paese. Gli “alleati” dell’Italia sono preoccupati. Soprattutto gli inglesi. In apparenza e in superficie, gli inglesi sono preoccupati dall’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni, in realtà la loro preoccupazione deriva dalla “ostinazione” di Aldo Moro nel perseguire una linea che rafforzerebbe e stabilizzerebbe la situazione politica italiana e, e qui sta la reale paura degli inglesi, darebbe più forza alla politica mediterranea, terzomondista e filoaraba portata avanti da Moro.

Esiste un libro che dovreste leggere e che ha il grande pregio di essere completamente basato su documenti desecretati inglesi: Il golpe inglese, di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino. Scoprireste come gli inglesi si fanno promotori di un pressing nei confronti di americani, francesi e tedeschi per impedire in tutti i modi la realizzazione dei progetti di Aldo Moro, arrivando a contemplare persino la possibilità del colpo di stato. E scoprireste anche che quando i tre degni compari respingono l’ipotesi, gli inglesi passano alla progettazione di una «diversa azione sovversiva». Scrivono i due autori in proposito:

Quale? La creazione di un clima di violenza? Una serie di attentati? Un omicidio politico? E puntando su quali forze? quelle già esistenti in Italia, magari Autonomia operaia e Brigate rosse, che facevano da tempo parte del progetto del «partito armato» di Feltrinelli? Questo punto del documento è oscurato.

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Ci sono aspetti ben documentati e provati della storia italiana recente in cui emerge il ruolo di primo piano giocato da agenzie straniere di manipolazione della pubblica opinione e della cultura e di destabilizzazione della società e della normale dialettica democratica in tutta una serie di passaggi strategici. Pochi coraggiosi storici e giornalisti si sono impegnati nella sua piena ricostruzione, forse anche perché occuparsene significa condannarsi all’isolamento e a subire le stigmate del “complottista”.

Nel documento della CIA citato in apertura, viene suggerito prima di tutto il silenzio, se la discussione sull’assassinio di Kennedy non è già stata iniziata. In presenza di discussione, vengono date precise istruzioni ai funzionari su quali argomenti adottare per discreditare i critici delle conclusioni della commissione Warren (e tali argomenti avrebbero dovuti essere suggeriti ai “contatti“, ovvero “politici e giornalisti” amici):

Il nostro piano dovrebbe mettere in evidenza, se del caso, che i critici (I) hanno abbracciato le teorie adottate prima che ci fossero le prove, (II) sono politicamente interessati, (III) sono finanziariamente interessati, (IV) sono affrettati e imprecisi nella loro ricerca, o ( V) infatuati delle proprie teorie.

Come si vede il target è sempre la persona, mai i suoi argomenti. Mai fare l’errore di accettare di ragionare su argomenti e fatti. L’uso del termine “complottista” come una clava, come una parolina magica che irretisce e paralizza il cervello delle persone, che blocca le perplessità, che non fa vedere le smagliature in una versione ufficiale, che ha fatto letteralmente piazza pulita della sana arte del sospetto quando hai a che fare con il potere, questo uso è frutto di un progetto che altro non è se non manipolazione e condizionamento mentale consentito dal sempre più pervasivo controllo dei media da parte delle agenzie di intelligence angloamericane.

Nel video che segue un illuminante esempio dell’uso dell’appellativo “complottista” per bloccare l’avversario. Il giornalista americano in Italia Alan Friedman, quello che ha svelato il golpe di velluto guidato da Napolitano per destituire Berlusconi, dopo aver parlato per due minuti di un complotto (che sia vero o presunto non è qui in questione), dà del “complottista” a Giulietto Chiesa che argomenta contro la sua ricostruzione dei fatti (3m:5s):

 

Evidentemente i complotti sono sempre quelli degli altri.

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E quando non abbiamo a disposizione documenti ufficiali? Come possiamo stabilire la verità dei fatti e il ruolo dei vari attori?

Semplice.

Non li possiamo ricostruire.

Ma del resto, non siamo dei giudici in un tribunale. Non dobbiamo assolvere o condannare nessuno. Siamo molto di più: siamo dei cittadini che si muovono in un mondo complesso in cui tutti i “mezzi di produzione della realtà” sono in mano a grandi corporation e a grandi centrali di controllo che hanno come scopo principale quello di difendere la classe dirigente della società americana (e del loro impero). Noi cittadini non abbiamo bisogno di documenti che potremmo avere (se mai li avremo) da qui a trent’anni, abbiamo bisogno piuttosto (I) di imparare dal passato e dalla storia, (II) di diventare abili nell’unire i puntini (i fatti) e vedere il disegno che viene fuori e (III) del coraggio, della forza, della saggezza e della pazienza per non chiudere gli occhi di fronte al “mondo grande e terribile” che il disegno rivela.

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